Il Palio e' un lungo urlo. Mio, pero'. Probabilmente urla anche la Piazza, ma questo non te lo so dire. da Tutti i Colori del Palio (Gentes, 2004). Profilo blog - Home archivio
IL CAPITANO DELLA CIVETTA BETTI: «FRA I CANAPI E’ STATA UNA BATTAGLIA»
«Il gesto di Andrea? Una difesa»
di GABRIELE VOLTOLINI
DURANTE LA DIRETTA televisiva del Palio dell’Assunta a molti era sfuggito il tocco con il nerbo da parte di Brio sull’occhio del cavallo del Leocorno Lampante. Ieri pomeriggio, però, le riprese di «Canale 3» hanno mostrato il fatto e si è subito scatenato un putiferio. Il capitano della Civetta Betti prova a fornire la sua versione: «Dal palco dei capitani non mi sono accorto di niente e credo che neanche il capitano del Leocorno, che era accanto a me, se ne sia reso conto. Fumi poi è sceso in pista e quando è tornato ha parlato di una nerbata di Andrea al loro cavallo. Ancora devo rivedere le immagini e quindi non posso rispondere al riguardo. Però voglio dire una cosa, cioè che sono cose che nel Palio possono capitare. Tra i canapi è stata una battaglia. Noi cercavamo il posto mentre la nostra avversaria cercava di darci fastidio ed infatti il Leco ha prolungato la mossa di un ora e venti. Fa parte del gioco e rientra nella politica della rivalità tra contrade. Credo che il gesto di Andrea sia stato solo una sua difesa, una reazione a quanto stava facendo il Leocorno tra i canapi. Così come rientra nel gioco del Palio ostacolare l’avversaria e prolungare la mossa come ha fatto il Leocorno, così rientra nel gioco anche la reazione di Andrea. Credo comunque che questo caso, rispetto a quanto successo nel passato tra nemiche, come per esempio la squalifica dell’Aquila per i fatti accaduti con la Pantera, sia veramente una cosa di poco conto. Se poi qualcuno vuol far polemica la faccia, io non voglio farla in questo momento, magari riparliamone più avanti e a mente lucida. Concludo dicendo che io sono nato in Piazza del Campo e da quando sono nato il Palio è così, se poi vogliamo cambiare le regole, parliamone».
«Una vittoria in 30 anni possiamo permettercela»
Fumi (Leocorno): «Nerbata al canape? Stiamo facendo verifiche. Se così fosse...»
di LAURA VALDESI
«RICORDO che quando la Civetta vinse nel 1979 ero guardafantino, avevo 21 anni. Rammento tutto molto bene, anche le ’tragedie’ che ci furono. Ebbene, oggi il Leocorno è una grande Contrada, non c’è stato nulla contro il fantino o la dirigenza. Ha dimostrato una serenità incredibile, una forza che adesso mi rende tranquillo. Questo successo della rivale non ha destabilizzato Pantaneto che, ovviamente, ha preso una botta. Ma già pensa a luglio, quando correremo di diritto. Sono dispiaciuto, chiaro, tuttavia ritengo che dopo 30 anni di digiuno una vittoria della nostra avversaria ce la possiamo anche permettere». Il capitano Luigi Fumi Cambi Gado rende comunque onore alla Civetta «che aveva un primo cavallo, un’importante forza economica, un fantino che non voglio commentare. Il Castellare ha fatto un grande Palio, non è stato vinto a caso».
Capitano Fumi, come giudica l’esordio di Filuferro?
«E’ stato un leone per oltre 70 minuti, dopo la mossa che siamo partiti davanti, poi annullata, si sono accorti che il Leocorno c’era e forse non doveva vincere. Qualcuno si è spaventato e il Palio è cambiato un po’».
Chi?
«Io dico solo che se fra dirigenti si impostano dei discorsi, di essi mi fido. Dei fantini invece no ma riconosco che fanno il loro mestiere, so che sono così. Chi deve rispondere del loro comportamento sono i dirigenti: se danno indicazioni e poi chi indossa il giubbetto muta strategia non ci si può nascondere dietro un dito. Se non ha rispettato le indicazioni vuol dire che il dirigente non si è fatto capire o il fantino non l’ha tenuto in considerazione. Oppure... lasciamo perdere».
Perché Fumi è sceso dal palco agitandosi e controllando il cavallo?
«Mi risulta, perché io non ho visto ma sul palco dei giudici mi è stato riferito, di un problema al cavallo causato dalla rivale. Stiamo facendo le verifiche del caso».
Si parla di una nerbata che l’avrebbe raggiunta all’occhio fra i canapi.
«Vorrei dire innanzitutto che la cavallina sta bene, è rientrata nella stalla a posto, ha subito mangiato. Se c’è stata la nerbata, su cui come detto faremo accertamenti, non ha comunque creato disagio a posteriori. Sul momento sì, quando sono sceso ho visto che l’occhio lacrimava e mi sono indignato per certi comportamenti che, al di là della rivalità, non vanno bene. Di qui la mia reazione che tutti hanno notato. Nessuna autocommiserazione, vorrei fosse chiaro, tuttavia sono fiducioso che il Comune prenderà provvedimenti. In caso contrario vorrà dire che altri, nella stessa situazione, si sentiranno autorizzati ad agire nello stesso modo. A Mureddu avevo detto di comportarsi nelle regole, senza prendere nessuno per le briglie, facendo opera di disturbo ma non volevo squalifiche per la Contrada. Niente killeraggio. E lui ha obbedito. Se poi tutto diventa lecito, dico che anche al nostro fantino non sarebbe stato pensiero assumere un atteggiamento diverso».
Insomma, Fumi chiede il rispetto delle regole.
«Dico solo che non si possono fare figli e figliastri, anche in considerazione del bene supremo che è quello della Festa. Ditemi insomma quali sono i limiti, e io li rispetto. Se sono quelli che ci hanno insegnato fino ad oggi, li conosco. Se poi si usa il nerbo oppure altre situazioni e questo è il Palio moderno allora non va bene. Decidiamo cosa vogliamo fare e che sia chiaro. Basta dirlo».
La mossa?
«La stima resta, c’è sempre stata.Come tutti gli uomini, però, siamo soggetti anche a qualche piccolo errore. Se si vuole leggere come s’è sviluppata la partenza, al di là del fatto che ha vinto la rivale, non sono stato contento. Nessuno sbaglio clamoroso ma piccole inefficienze che possono condizionare molto. Il mossiere è un’espressione nostra, uno sbaglio suo è uno sbaglio nostro. Bisogna riflettere non sul nome ma su ciò che vogliamo da lui. Poi posso dire che chi sta sul verrocchio deve conoscere bene le Contrade: chiamava la Torre, intendeva la Civetta. I giubbetti sono un po’ diversi, vuol dire che si è creata confusione in testa. Credo poi che un occhio vigile alla rincorsa gli dovesse essere dato, andava richiamata in maniera più decisa. L’Onda, poi, in quella buona era girata. Se ha annullato le prime doveva farlo anche con l’ultima. Non importa se si rimanda il palio al giorno dopo, questo vuol dire cambiare filosofia in corsa».
Jonatan?
«E’ un grande uomo. Al di là dell’affetto, contano i gesti. E’ rimasto sempre con noi, ha guardato il Palio in palco con i guardafantino. Poteva defilarsi, non l’ha fatto».
HA FATTO UN OTTIMO Palio Luca Minisini detto Dè, nonostante la caduta al terzo San Martino quando era impegnato nella rincorsa alla Civetta. «Sto bene — rassicura subito il fantino dell’Aquila — e di certo poteva andare peggio. Me la solo cavata con dieci punti di sutura sullo stinco della gamba destra, quella che ho battuto nel colonnino, e una distorsione alla caviglia. Di quello che ho fatto sono contento e consapevole di aver dato il massimo. Ci ho messo cuore e determinazione, ma per vincere mi è mancata un po’ di fortuna». Quindi quella lunga mossa dove Indira Bella proprio non voleva saperne del canape. «Come a luglio nell’Oca stare parallelo al canape era l’unico modo per tenere lì la cavalla e una cosa del genere quando sei basso non la puoi fare, anche perché rischi di dare noia agli altri. Al primo San Martino poi sapevo di dover dare tutto. Partendo da dietro solo una traiettoria bassa mi poteva consentire di recuperare posizioni e Indira la conosco e sono consapevole che certe cose te le permette. Quando sono arrivato addosso alla Civetta andavo più forte e ho provato a passare all’interno ma Andrea è stato sveglio a chiudere lo spazio. A San Martino la cavalla era stanca, mi ha abbandonato di colpo e si è buttata facendomi cadere. Sui tre giri Indira è valida, ma alla mossa ha un problema non da poco». Quindi considerazioni finali. «Nei due palii mi sono fatto vedere, peccato non essere riuscito a vincere. Con l’Aquila poi il rapporto è splendido ma già nel 2005 mi ero trovato bene. Adesso un po’ di ferie e poi si riparte alla grande verso il 2010».
Paolo Brogi
IL PIU’ PENALIZZATO dalla mossa è stato sicuramente il fantino dell’Onda Silvano Mulas detto Voglia (nella foto). Lo stesso fantino di Malborghetto ha raccontato ieri, durante la trasmissione di Canale 3, il suo Palio. «E’ stata un’ora e mezza davvero faticosa ma alla fine la cavalla non era nemmeno più nervosa di altre, nonostante le botte prese. C’erano otto cavalli che mi schiacciavano verso il basso, tutti più grossi di Guadalupe che in fin dei conti non aveva nemmeno il fisico per reggere determinati urti. Quest’anno — continua Silvano Mulas — le cose sono andate di male in peggio. A luglio il problema al cavallo ad agosto il mossiere, che ancora una volta ha dimostrato di essere un vero incapace nel gestire la situazione, mi ha lasciato là. Vorrei sapere perché l’Aquila e la Pantera che non occupavano il posto a loro assegnato non sono mai state richiamate, mentre il sottoscritto la prima volta che ha provato a cambiare ha subito beccato la sanzione. La cosa che mi fa più rabbia è che nei giorni precedenti avevamo fatto la riunione con il mossiere e ci aveva detto chiaramente che non voleva sacrificare nessuno, concendendo a tutti l’opportunità di partire. Ero fuori, rigirato e ricordando quelle parole non pensavo davvero che desse buona la mossa. Lo avessi minimamente sospettato mi sarei piazzato al verrocchio facendo rinviare il Palio».
MOSSIERE A PARTE — conclude Mulas — ho avuto la sensazione di essere scomodo e non ben visto forse perché fuori da certi giochi. Dispiace perché nei giorni di prova avevo lavorato bene con la cavalla, tenendola un po’ nascosta ma trovando il giusto feeling. Di certo ci riproverò e sarò più cattivo perché vogliono così e allora si troveranno di fronte un Mulas diverso. Ringrazio l’Onda per la fiducia che mi hanno dato e il rapporto rimane solido, anche se loro il prossimo anno devono essere estratti per poter correre».
Paolo Brogi
Quel soprallasso fuori controllo
Sopralasso dell’Onda semina il panico in Prefettura. E’Alessandro Del Porro, deputato della Festa a conferemare la voce che il pomereiggio del 16 serpeggiava per la città : «Ci siamo recati sul posto dove ci hanno spiegato che il soprallasso aveva perso il controllo e aveva cominciato a sfregarsi contro i muri perimetrali della prefettura. Sono riusciti a fermarlo arginandolo nella parte d’ingresso. Il Comune ha a quel punto messo a disposizoione un altro soprallaso per evitare di far saltare la passeggiata storica al fantino dell’Onda. La Contrada si è dimostrata disponibile, ma poi ci siamo resi conto che i finimenti da utilizzare erano danneggiati in modo irrimediabile in tempi così stretti. A quel punto per motivi di sicurezza il fantino è stato escluso dal Corteo. L’incidente ha tra l’altro fatto ritardare l’operazione d’infiascamento, effettuata più tardi della quarta Contrada secondo quanto stabilisce il regolamento. L’episodio sarà trattato nella relazione che i deputati della Festa depositerranno in Comune». Ca.Fe.
di CATERINA FERRINI
ANTONIO VILLELLA (nella foto) parla del Palio di San Marco.
Il tuo Palio parte dalla rincorsa
«In tutte le mosse che ho dato, ho cercato di partire al meglio possibile e di non lasciare nessuno al canape, anche perché dopo le prime due mosse false ho capito che il mossiere voleva che tutti partissero in ogni maniera. Per Antonio Villella, 40 minuti di mossa vanno più che bene».
Hai dato l’utlima mossa perché si stava facendo troppo tardi?
«A quel punto sono partito perché ho considerato che non mi conveniva far rimandare il Palio. Ho pensato che il mio cavallo, rimasto fuori dai canapi fosse più fresco degli altri, in realtà poi anche Leolui aveva subito l’attesa».
Hai interpretato la rincorsa in maniera opposta a quella del Tittia di luglio: con il cavallo fermo al verrocchio...
«Sì, in maniera tale che gli altri avessero l’intenzione che potesssi entrare da un minuto all’altro. L’intenzione era darmi la mossa e cercare una traiettoria interna».
In una delle mosse hai lasciato Trecciolino al canape...
«Io facevo il mio, durante le quattro mosse al canape ci sono rimaste diverse Contrade. Una volta è capitato ad una, una volta all’altra».
Poi in corsa...
«Ho trovato qualche intoppo che non mi ha consentito di far sfilare il cavallo come volevo».
Cosa pensi ora di Leolui?
«Penso che sia un cavallo assolutamente da riprendere, in questo Palio era forse ancora un po’ verde».
In che rapprti sei rimasto con la Chiocciola?
«Durante il Palio c’era una situazione particolare, li ho sentiti tutti molto vicini, me lo sentivo cucito addosso il giubbetto».
Per te era un Palio importante, come è andata?
«Alla fine credo sia stato un Palio positivo, ho portato a casa la dignità e ho fatto rispettare il giubbetto che indossavo».
SGAIBARRE «NON VOLEVO RIMANDARE IL PALIO PERCHE’ LEO LUI ERA PIU’ FRESCO»
«Quaranta minuti di mossa per me erano già tanti»
di LAURA VALDESI
GRINTOSO e determinato, Trecciolino. Si è vista tutta, in corsa e nei tre giri, l’esperienza di chi ha vinto 11 Palii. E anche domenica ha onorato il giubbetto, tentando fino all’ultimo di recuperare su Brio e Istriceddu.
La Civetta, Contrada in cui hai esordito, ha interrotto il digiuno dopo 30 anni.
«Ho vinto anche io nella Torre e nell’Istrice dopo che, rispettivamente da 44 e 25 anni aspettavano di conquistare il Palio. Capisco in prima persona quello che provano i popoli, sono contento per la Civetta».
Due Palii corsi nell’Istrice con la rivale in Piazza.
«A luglio la Lupa aveva un cavallo più svelto in partenza, più gestibile alla mossa, che riusciva a partire davanti ma con minore potenza. Ad agosto quelli di Istrice e Lupa avevano sostanzialmente le medesime potenzialità : la differenza stava nel fatto che Gammede li faceva partire davanti, mentre Ganosu è un soggetto che come si è visto nelle corse in provincia viene da dietro. Alla fine ciascuno ha provato a cercare di sfruttare le qualità del cavallo».
Hai avuto paura che potesse vincere la rivale?
«L’avevo davanti, è normale. Per quanto mi riguarda non ho mai smesso di crederci, ho spinto fino all’ultimo per riprendere sia la Lupa che la Civetta. Anche se Istriceddu era una garanzia, come Già del menhir a luglio. C’ho provato».
Una mossa lunghissima.
«Credo che dal punto di vista contradaiolo c’è chi può non essere contento. Ma siccome io sono di Siena, oltre che un professionista, mi piacerebbe continuare a guardare il Palio per come è , nella tradizione. E’ stata una bella corsa, come ho già avuto modo di dire, d’inverno mettiamoci in una stanza e parliamo di tutto. Però dentro le mura».
Nei quattro giorni ha tenuto banco il valzer di giubbetti: vero o virtuale?
«Dargli una risposta ora sciupa un po’. Secondo me era tutto vero. Il Palio è bello, poi, perché ciascuno in fondo gli dà la sua lettura. Non leviamo anche questo aspetto».
La scelta di tornare nell’Istrice è stata dettata da rapporti invernali, dal cavallo, oppure...
«Da tante cose insieme, prima di tutto l’estrema fiducia che mi ha dimostrato non soltanto la dirigenza, con cui magari è più continuo il rapporto, quanto tutti i contradaioli».
C’era un istriciaiolo che, per tutto il tempo di mossa ti gridava «Gigi, attento!»
«Impossibile, anche volendo non sentirlo (ride, ndr). Non so chi sia, era molto preoccupato».
Sgaibarre nella prima mossa, poi annullata, ha lasciato Trecciolino al canape?
«Non le ho ancora riviste le partenza».
Pensavi che il Palio potesse essere rinviato?
«Finché il mossiere non diceva nulla ho conservato la concentrazione massima, guai ad abbassare la guardia».
Un Palio sotto i flash, come nel 2002.
«Sì, è vero, l’ha ricordato».
Caria (nella foto)?
«Sono di parte... fa piacere che abbia esordito, era pronto a compiere questo passo. Ha trovato una situazione piuttosto complessa con otto rivali. Penso pertanto che abbia superato il primo, bada bene dico il primo, esame di una lunga serie. Grazie anche alle condizioni di tranquillità in cui l’hanno messo dirigenza e Contrada».
Il lotto: qualcuno ha deluso?
«Ognuno aveva le sue caratteristiche ma per fare la prestazione ed esaltarle ci vuole la situazione».
Che inverno sarà per Gigi?
«Spero non sia freddo e che si possano montare i cavalli».
Scherzi a parte: il Nicchio?
«Stamani (ieri, ndr) ho fatto una chiacchierata con Mario (Corbelli, ndr) in modo sereno e piacevole. Vado qualche giorno in ferie in Sardegna, quando torno se ne riparla».
Altre Contrade si sono fatte avanti?
«Quando si dice il 17 per tracciare una linea è solo simbolico, il Palio è appena corso».
SOLO QUALCHE sbucciatura per Giovanni Atzeni. Una caduta al primo San Martino ha interrotto il Palio del fantino che difendeva i colori della Giraffa.
Giovanni, un’analisi del tuo Palio a partire dalla mossa.
«La mossa è stata veramente lunga e estenuante, la presenza di tutte quelle rivali rendeva le cose difficili per tutti. Il mio cavallo mi ha dato qualche problema per un fatto di lucidità, dopo tutto quel tempo nessun soggetto era più brillante».
Ad un certo punto ci sono state delle tensioni tra te e Voglia?
«Non parleri di tensioni, ci siamo un po’ presi perché nessuno dei nostri cavalli riusciva a rimanere tranquillo. Niente di personale il tutto era dovuto alla situazione».
La mossa valida ti ha svantaggiato?
«Quando siamo partiti anch’ io ero un po’ girato. Probabilmente il mossiere l’ha data valida perché era tardissimo. Da una parte lo capisco: che doveva fare? Io a quel punto avrei preferito che si rimandasse al giorno dopo, i cavalli a quel punto erano finiti per tutti».
Cosa è successo in corsa?
«Al primo San Martino ho tentato di girare basso per recuperare terreno, ma il cavallo ha toccato con l’anca, il contraccolpo mi ha fatto sbilanciare e sono caduto».
Cosa pensi ora di Giordhan?
«Continuo a pansare che Giordhan sia un grande cavallo, la mossa lunga ci ha svantaggiato non poco. E’ un soggetto preciso e veloce, ho buttato via una bella occasione, mi dispiace tantissimo per la Giraffa che in questi quattro giorni mi ha trattato come un signore. Ho passato giornate molto piacevoli con la stalla e con la dirigenza formata da persone veramente in gamba».
Caterina Ferrini
di CATERINA FERRINI
Francesco Caria, analizza il Palio che lo ha visto difendere i colori della Torre, partendo dalla mossa.
«Veramente lunga e complicata dalla presenza delle rivali al canape, si era quasi fatto buio. C’era molto movimento nella parte bassa del canape, del mio cavallo sotto questo punto di vista non posso proprio dire niente, è stato petto al canape».
Era valida?
«Tra tutte, forse era la peggiore, credo che sia stata data perché era quasi buio. In tutte le mosse erano comunque rimaste al canape alcune Contrade, io avrei preferito la seconda partenza anche perché ero partito meglio. D’altro canto capisco che per il mossiere non sia stato affatto facile, la situazione era molto complicata».
Il posto al canape ti ha svantaggiato?
«Ero tra la Lupa e l’Istrice: mentre l’Istrice teneva il cavallo dritto, quello della Lupa si metteva di traverso. Ho parlato con il fantino della Lupa chiedendogli di sistemare il cavallo per evitare di ostacolarci reciprocamente in partenza. Ho cercato di farmi rispettare nei limiti del possibile per evitare di rimanere intruppato, avevo un giubbetto da onorare. Avrei preferito avere un posto basso, la cosa in effeti mi ha svantaggiato. Durante le prove mi ero reso conto che i cavalli dei primi tre posti schizzavano via con facilità e si potevano permettere certe traiettorie. La potenza dei cavalli alla fine era simile, il posto era un dettaglio importante».
In che rapoporti sei rimasto con Salicotto?
«Al rientro sono stato accolto molto bene, la Torre è una grande Contrada. Ringrazio la dirigenza che mi ha dato l’opportunità e la fiducia di per arrivare in Piazza. Pensavo che fosse una cosa più grande di me, ora mi sono reso conto che con molto impegno ce la posso fare».
«In contrada contenti di me»
«Ho fatto ill massimo con un debuttante»
di KATIUSCIA VASELLI
UN INIZIO ben poco fortunato per Vittorio che in questo Palio di mezz’agosto ha avuto sempre l’incertezza dell’essere sul tufo la sera del 16.
Prima il piccolo infortunio che ha voluto Girolamo a indossare il giubbetto di Vallerozzi per le prime due prove. Poi il ritorno e la brutta caduta per la prova generale, all’abbassarsi del canape. Tanto che in molti la sera stessa si chiedevano se Gianluca Fais — fantino della Lupa sull’esordiente Gammede — sarebbe stato a cavallo la sera del Palio.
LUI C’È STATO e ha fatto la sua corsa: «Sono arrivato a montare quando non ero al cento per cento della forma ma neanche così impedito da dover rimanere a casa. anzi, in Piazza mi sono presentato col giubbetto della Lupa convinto di poter dare tanto, comunque di provare a fare bene il Palio, pensare sempre alla vittoria con Gammede, un cavallo che per me avrebbe potuto essere una sorpresa. Anche la sera del Palio, infatti, ho cercato sempre di sfruttare le buone caratteristiche che aveva mostrato anche durante le prove, in particolare in partenza visto che anche io sono un partente».
Di sicuro la mossa lunga ed estenuante, dove — ricordiamo — la Lupa aveva il settimo posto al canape, non ha aiutato nonostante Gammede fosse piuttosto tranquillo rispetto ad altri...
«Sì — spiega Vittorio — tutto sommato durante le fasi di una mossa troppo lunga, Gammede ha subito pochissimo, è sempre stato abbastanza tranquillo e anche in occasione delle prime mosse non valide sono partito sempre bene. Basti pensare che anche nel momento della mossa buona, sono uscito primo. Speravo di poter partire il più velocemente possibile perché con un lotto di cavalli così se riesci a prendere le prime posizioni, puoi lottare, altrimenti recuperare è difficile. Invece poi la corsa, nonostante sia uscito primo, mi ha visto impossibilitato a scegliere traiettorie basse dal primo San Martino dove ho preso anche una bottarella dall’Aquila e di lì in poi io spingevo il cavallo in basso ma lui andava largo, non mi permetteva di farlo. Poi al terzo San Martino ancora l’Aquila e sono quasi andato in terra».
A conclusione della corsa, il rientro in Contrada...
«Tutto benissimo. Sono stati contenti, hanno visto che ho fatto il massimo che si poteva fare con un cavallo debuttante. Ho dato tutto e la Lupa l’ha visto».
GIOVE DEUS non ha niente di particolare e la sua ‘salita’ al Ceppo dopo il Palio dell’Assunta corso nella Pantera con Giuseppe Zedde detto Gingillo è avvenuta per analizzare la situazione e accertarsi che non ci fossero problemi più gravi. Ne parla direttamente il proprietario Nicola Sandroni: «Il cavallo sta benino. La sera del Palio abbiamo deciso di portarlo subito in clinica perché non era rientrato bene dopo la corsa. In pratica ha un tagliettino sulla corona e una contrattura al muscolo ma questa risale alla prova generale, quando è rimasto impigliato nel canape. Sono state fatte delle lastre che per fortuna hanno dato esito negativo. Adesso un po’ di riposo, come del resto era già in preventivo, e poi si ripartirà con fiducia verso il 2010». «Peccato — dice ancora Nicola Sandroni — perché come dimostrato anche a luglio eravamo convinti che potesse lottare il Palio, visto che al canape si è dimostrato uno dei migliori rimanendo sempre davanti e purtroppo propripo al momento della partenza non era messo bene. Devo ringraziare anche la Pantera e quelli della stalla che ci hanno accolto benissimo, dimostrando la loro competenza».
Paolo Brogi
HA ACCOMPAGNATO il fantino, durante il corteo storico, fino alla mossa, dopo averlo guardato entrare in Piazza. Un atteggiamento quasi paterno quello del capitano Enrico Fatucchi nei confronti di Tremendo. «Un debuttante che ha fatto una buona prestazione — dice al ricevimento della Civetta —, specie durante l’ora e mezzo della mossa. Gli avevo chiesto di essere sempre pronto sul canape, ha costantemente tenuto il contatto, un atteggiamento che mi è piaciuto. Bisognava essere vispi e determinati».
QUANTO A GUSCHIONE non nasconde un pizzico di delusione per la prestazione al di sotto delle aspettative. «Secondo Francesco, che è il nostro veterinario, la lunga mossa ha fortemente condizionato le prestazioni del sauro. Che è un maschio però con un fisico quasi da femmina. Nei quattro giorni vedevo girare fra le colonne dei posteriori con delle spinte sicuramente maggiori rispetto a quelle del nostro cavallo e anche delle aperture di petto notevoli. Tanto è vero che con il veterinario mi sbagliavo, a volte, gli dicevo ’la cavalla’».
SULLE MOSSE FATUCCHI svela che il commento in diretta di chi era sul palco è stato unanime: «Gli aspetti che hanno esasperato la mossa di luglio sono stati accentuati e anche la determinazione di Guglielmi forse qualcosa ha lasciato a desiderare. Sarà un inverno di grande riflessione, già insieme ad alcuni colleghi, sempre sul palco, abbiamo fatto questa riflessione».
di KATIUSCIA VASELLI
ANNATA tutto sommato positiva per Gingillo, come lo stesso fantino commenta, perché dopo la vittoria di luglio nella Tartuca, ad agosto col giubbetto della Pantera su Giove Deus è rimasto al canape per poi tentare fino in fondo la corsa. «Speravo di fare molto più in questo Palio, anche perché in Pantera ho trascorso quattro giorni molto belli, abbiamo lavorato bene e con la tranquillità giusta. A maggior ragione volevo fare un grande Palio e per come sono andate le cose ce l’ho messa tutta per sfruttare le possibilità del cavallo».
Cominciamo proprio da un commento su Giove Deus, cavallo che a luglio aveva fatto una bella corsa nella Lupa e che dopo il Palio del 16 nella Pantera - passando per la prova generale quando Giove Deus ha inciampato nel canape abbassato in ritardo - è stato portato alla clinica del Ceppo per un piccolo risentimento...
«Sono convinto che nei prossimi Palii il cavallo potrà stare nel lotto. Un paio di anni fa mi piaceva meno, non sarà uno dei favoriti ma si mette sulle gambe subito, è preciso, mi devo ricredere molto. Purtroppo Giove Deus si è ricordato della botta presa al canape la sera della prova generale, magari il prossimo luglio non se ne ricorderà, spero. Sicuramente è da rivedere in Piazza».
Quindi si sarebbe prospettata un’altra corsa...
«Per quattro giorni abbiamo lavorato molto bene con la Pantera, se Giove Deus non si fosse ricordato della botta, sono sicuro che un Palio così ce lo giocavamo in tanti, con una posizione al canape che mi poteva permettere di prendere la testa e fare un bel Palio. Invece dopo la prova generale ho sentito il cavallo meno reattivo. Comunque potevo partire davanti all’Aquila solo che la rincorsa è entrata nel momento in cui ero girato».
Poca fermezza da parte del mossiere?
«Non è facile, capisco il mossiere. Dopo luglio e con tante avversarie tra i canapi ad agosto. Nei suoi panni non mi ci metterei e il suo lavoro l’ha fatto discretamente. Solo che a quel punto si poteva aspettare cinque minuti più, se doveva essere buona quella mossa, si sarebbe potuti partire anche prima»
Poi la corsa...
«Sì, col cavallo che aveva preso qualche pestone e a quel punto, quando sono partito non andava preciso come nelle prove, allargava, era dolorante e non era facile gestirlo bene. A quel punto ho provato solo a fare il possibile per riprendere l’Aquila anche se con la Civetta in testa, conoscendo la precisione di Istriceddu, ero leggermente più tranquillo ed ero convinto che Andrea non avrebbe sbagliato. Purtroppo da ultimo, grossi passi da gigante non li ho fatti, non c’erano cavalli come Già del Menhir e la corsa non è andata per Giove Deus pulita come a luglio, come avrei voluto».
Prossimi appuntamenti?
Domani (oggi, ndr) sarò al palio di Piancastagnaio, poi Asti e infine i festeggiamenti della vittoria nella Tartuca».
GIORDHAN è un buon cavallino, la Giraffa aveva riposto tante speranze nell’accoppiata con Tittia anche se tutto quel movimento fatto al canape dal cavallo durante le prove qualche pensiero lo dava. Soprattutto in Giraffa molti non sono rimasti soddisfatti del posto allo steccato toccato per il Palio poichè già dalla prima sera Giordhan aveva mostrato di non gradirlo troppo, preferendosi spostarsi di sopra. «Siamo stati penalizzati un po’ dall’andamento della mossa stessa, dalla sua lunghezza e un pochino anche dall’irruenza del cavallo. Speravamo di poter fare di più, ci riproveremo la prossima volta», commenta dai microfoni di Antennaradioesse il capitano giraffino Maurizio Vanni. Che in merito alla corsa di Tittia non ci sta a sentirsi dire che è finita al primo San Martino quando il fantino sardo-tedesco è caduto, per fortuna senza conseguenze. «E’ terminato alla mossa, se vogliamo essere obiettivi. Il suo Palio si è concluso lì». Parlando della partenza, dopo il precedente di luglio, riconosce che il tempo è stato «estremamente eccessivo. Io stesso avevo detto che mi piaceva un mossiere garantista però credo che qualche problemino stia cominciando a venire fuori».
GIOVE DEUS si è dimostrato un partente e aveva anche una monta di prestigio. Però al momento della partenza vera, quella che ha scritto l’esito del Palio dell’Assunta, è rimasto penalizzato insieme a Gingillo che lo montava. Non completamente, com’è accadutoa Voglia dell’Onda, tuttavia è risultato determinante per la corsa quel ritardo. «Mosse come quella che poi è stata data buona il mossiere le ha sempre annullate. Se poi si deve dare valida perché non si è stati capaci prima di gestirla al meglio, accettiamo. Il Palio è anche questo, il mio fantino evidentemente doveva stare un pizzico più attento. E, come detto, accetto questo risultato», osserva il capitano Paolo Giannini.
«IL BILANCIO dei quattro giorni è buono — prosegue — così come quello dei due Palii 2009. La mia Contrada ha dimostrato di essere sempre da corsa e dentro il Palio, dicendo la sua. A luglio per un motivo, adesso per un altro, non siamo riusciti a raggiungere il risultato sperato. Ma di questo non c’è da rammaricarsi più di tanto». Sulla partenza a Provenzano aveva evidenzato «come una mossa così lumnga non fosse da Palio e qualcosa non aveva funzionato. Se poi a distanza di un mese e mezzo succede la stessa cosa evidentemente è più di qualcosa che non funziona».
Focardi: «Ultimo Palio? Il 26 comunico la scelta»
«Istriceddu e Già, corse non confrontabili»
DELUSIONE. E’ il sentimento che traspare dalla voce del capitano chiocciolino Silvano Focardi quando analizza il Palio. «Ovvio che non sono contento — spiega — o vincevo oppure la conclusione dell’annata non poteva che essere negativa». «Per quanto riguarda la possibilità che faccia un passo indietro — prosegue quando gli si chiede della possibilità di rimettere il mandato — avevo già detto prima che, al di là dell’esito, quello corso domenica sarebbe stato l’ultimo nella veste di capitano. Comunque sia, nei prossimi giorni prenderò una decisione e la comunicherò alla Contrada per prima, com’è giusto che sia». Il mandato di Focardi scade il prossimo anno, nel 2010, tuttavia per il 26 agosto è fissata l’assemblea per la relazione Palio e la contestuale verifica annuale.
La corsa di Sgaibarre?
«Ha cercato di fare il suo, al meglio. Quando siamo stati ad un passo dal rinvio del Palio gli ho detto di entrare cercando però sempre di ottenere un vantaggio per San Marco. Alla fine l’abbassamento che è stato dato buono è risultato il peggiore di tutti, per quanto ci poteva riguardare, da parte del mossiere. Si poteva andare al giorno dopo, però in questo momento penso, nonostante la delusione che c’è stata, che sia stato meglio così».
Istriceddu era toccato alla Chiocciola a luglio: si mette il dito nella piaga?
«Ad agosto ha fatto 1’15’’, mentre Già del Menhir ha fermato il cronometro a 1’13’’. E’ stato un Palio più lento e dunque non confrontabile».
Brio è stato bravo.
«Sono contento per lui, è un fantino con il quale ho avuto moltissimi contatti in questi anni. Se non avessi avuto il legame di Contrada probabilmente lo avrei voluto e potuto montare volentieri».
Con Salasso come vi siete lasciati?
«Bene, a dispetto di quello che tante voci dicono in città. Anche perché lui ha capito che era impossibile per me andare alla seconda prova con Alberto. E’ tornato a casa, so che con moglie e figlio sono andati qualche giorno al mare».
Potrebbe cominciare un nuovo percorso con Sgaibarre?
«E’ un fantino che ci teneva a correre con il nostro giubbetto e viceversa. Ci sono molte amicizie comuni legate soprattutto alla Tolfa e al ricordo di Canapetta. Da giovane l’ho conosciuto bene. Quanto ad Antonio, anche con lui ho coltivato un ottimo rapporto. Non c’era stata l’occasione giusta per concretizzarlo, che si è presentata invece ad agosto. Lui aveva dentro tanta rabbia. Era carico».
La.Valde.
OTTIMI ascolti registrati dalla Rai per il Palio di Siena, nonostante la mossa lunghissima che ha sicuramente fatto desistere tanti telespettatori dal seguire l’epilogo. La diretta da piazza del Campo su Raiuno alle 17.45 è stata visto da 1 milione 643 mila spettatori e uno share del 19.39, mentre su Raitre alle 19.55 ha totalizzato 2 milioni 728 mila spettatori e il 21.67 di share.
ECCO L’ORDINE di ingresso ai canapi nelle altre due mosse. Nella seconda: Pantera poi l’Onda, l’Istrice, la Civetta (quarta posizione anche nella seconda busta), l’Aquila, la Chiocciola, la Lupa, la Giraffa, il Leocorno e la Torre di rincorsa. Se si fosse arrivati ad aprire la terza busta: Onda, Giraffa, Aquila, Pantera, Torre, Leocorno, Chiocciola, Istrice, Civetta e Lupa di rincorsa.
E’ INSIEME ai mangini, in via Duprè il capitano dell’Onda Nello Cancelli. Sul suo volto si legge tutta la rabbia e la delusione per quella mossa data quando Voglia e Guadalupe erano girati. Ed era ormai buio tanto che il sindaco, raccontava al ricevimento delle dirigenze nella Civetta, aveva ormai dato l’ok per rinviare il Palio ed esporre la bandiera verde: infatti non ha visto bene la partenza. «Ho pochissimo da dire. Mi sbrigo — dice Cancelli —, in settimana il sindaco ha ripetuto che il Palio rischia di finire. Ebbene, tutti avete visto la mossa, le sue fasi. Credo che il Palio abbia preso la strada giusta per andare a finire. Non aggiungo altro».
La.Valde.
IL CAVALLO Ganosu non era forse un fulmine di guerra ma grazie anche a Trecciolino, di cui si è vista la classe, ha tirato fuori il meglio. «Abbiamo fatto due Palii con Trecciolino perché all’Istrice — dice il capitano Andrea Franchi — piace sempre provare a montare i migliori fantini. C’erano due cavalli completamente diversi, a luglio l’infortunio non ci ha permesso di lottare il Palio fino alla fine, questo l’abbiamo lottato. Luigi ha onorato entrambe le volte il giubbetto dell’Istrice a cui credo abbia dimostrato un attaccamento particolare. Siamo soddisfatti». Quanto alla mossa, per come è andato l’ordine al canape, noi eravamo noni, più sotto la Lupa. Ci sono state occasioni in cui la Chiocciola, non avendo la nemica e pur dovendo andare a vincere, aveva molto spazio. Dovendo dare una valutazione ritengo che il mossiere ad un certo punto non abbia fatto i giusti richiami alle Contrade che disturbavano», prosegue Franchi. Che descrive «quattro giorni trascorsi bene, con tranquillità, durante i quali si è lavorato per cercare di mettere Trecciolino nelle migliori condizioni possibili e dargli tutto ciò che chiedeva. La Contrada mi è stata molto vicina».
SUL POSSIBILE tam tam secondo cui voleva andare a montare altrove spiega «che di tutti i cambi di monta girati uno è stato fatto, quello della Chiocciola, più non si sapeva a chi alla fine avrebbe affidato il giubbetto il Leocorno. Per quanto riguarda la Contrada dell’Istrice era un tam tam più di fantasia anche se, qui devo ringraziare Trecciolino, mi ha messo nelle condizioni di dire’ decidi te Andrea che tipo di Palio vuoi fare’. Se volevo impostare un Palio a vincere sarebbe rimasto perché era convinto di poter fare una grande corsa. Io mi sono fidato di lui. Credo che le cose siano tornate. E poi mi sono divertito: gli s’è messo anche la cuffia (alla Lupa, ndr), s’è fatto tutto».
«LA NOSTRA ASPETTATIVA era quella di fare un Palio come abbiamo fatto dal punto di vista tecnico e del comportamento, sia per quanto riguarda Luca che il cavallo. Il fantino, nonostante il tempo di mossa enormemente lungo non gestito bene da Guglielmi, è riuscito a capire come si doveva comportare e cosa doveva fare. L’idea era quella di puntare a un Palio da dietro, cercando i viottoli. Lui è stato bravissimo a trovarli e interpretarli. Ha fatto delle traiettorie che definirei bellissime. Si è rivisto il Minisini degli altri tempi: ha effettuato due San Martino e due Casati eccezionali e siamo arrivati proprio al posteriore della Civetta. Avevamo probabilmente anche più birra, Brio è stato bravo a fare le sue traiettorie impedendoci di effettuare il sorpasso. Ma questo era il nostro Palio», spiega il capitano Giovanni Mandriani.
CHE SI SOFFERMA anche sui cavalli: «Il fatto delle punte era superato, veniva da lontano. Di Già del menhir conoscevamo la netta superiorità rispetto agli altri soggetti, Fedora lo era ma anche con qualche problemino comportamentale. Così si è visto una Carriera più giostrata con cavalli con cui potersela giocare. In fondo si è sempre detto che il Palio è una giostra». E le rivali? «La nostra, la Pantera, non ci ha nemmeno mai guardato, cosa di cui sono stato molto contento perché avevo un’altra impressione. Non l’hanno fatto, non so perché. Se noi avessimo vinto — aggiunge — non so quale sarebbe stata la loro lettura».
«CREDO CHE le due prestazioni di Gianluca Fais possano essere lette chiaramente un po’ da tutti. Noi abbiamo puntato su questo giovane e direi che quest’anno ci ha ripagato. Siamo soddisfatti di quello che ha fatto per noi, sono stati 4 giorni direi anche 5 tosti. Abbiamo iniziato il 12 — racconta il capitano Marco Giannini — con quella caduta alle provine, con quel problemetto di non troppa importanza. Poi la caduta per la prova generale ci ha un po’ messo in difficoltà, probabilmente non ha neanche montato al 100%. Prima del Palio ci siamo un po’ confrontati con lui,gli abbiamo rinnavoto la nostra fiducia e credo che ci ha abbia ripagato con una grossa prestazione».
Con il senno di poi, la scelta dei cavalli è stata giusta?
«Direi che nel lotto dei rimasti, la scelta era questa. Forse ripensando alle esclusioni fatte a mente fredda la cosa avrebbe potuto essere diversa, premesso che io avrei comunque voluto andare in contro a un’altra soluzione»
La Civetta vittoriosa ha passato la cuffia alla Lupa...
«Al di là della cuffia rimane la convinzione di avere fatto un grande Palio, di aver dato la dimostrazione alla città che i nostri Palii sono corse fatte con la determinazione».
Anche perchè se non ci fosse stato l’incidente dell’Aquila la Lupa sarebbe rimasta seconda.
«E in quel momento venivamo molto forte, forse sarebbe andata a finire lo stesso con la vittoria della Civetta o magari qualche altra chance da giocare averemmo potuto averla, anche se con questo cavallo chiedere di più forse sarebbe stato difficile. La grossa prestazione del cavallo è merito di Gianluca e della preparazione che siamo riusciti a dare al cavallo. E’ merito della stalla che per due Palii ha preparato due cavalli che probabilmente nessuno avrebbe voluto, due Palii dove la Lupa si è vista e dove si è vista una Contrada che con grinta e determinazione è andata alla ricerca della vittoria. Una vittoria resa difficoltosa da certi meccanismi, da una mossa complicata dalla quale nonostante questo siamo riusciti a partire bene. Vittorio ha riaffermato le proprie capacità tra i canapi e questo un po’ ci inorgoglisce».
Il matrimonio allora continua?
«Se il matrimonio continua è presto per dirlo, abbiamo bisogno di qualche giorno di riposo, poi vedremo.Per quello che lo riguarda, la Contrada rimane soddisfatta di quanto ha fatto in questa annata».
Ca. Fe.
SONO GLI UOMINI di fiducia del capitano, i 3 mangini che hanno accompagnato capitan Paolo Betti nella strada verso la vittoria. Valentino Ceccherini, Fabio Guerrini e Francesco Ricci possono gioire per aver riportato il Palio nel Castellare dopo 30 anni. «Non avevo mai visto vincere la Civetta visto che a luglio del ’79 non ero ancora nato - esordisce Valentino- E’ stata un emozione fortissima, appena mi sono affacciato dal palco non riuscivo a vedere niente di sotto». Valentino racconta un aneddoto e dedica la vittoria a suo padre Alberto, scomparso qualche anno fa: «Ieri sono andato personalmente ad assistere alla formulazione della mossa ed ho voluto essere artefice della nostra sorte visto che ho scozzolato la fiasca per ultimo. Mi sono preso questa responsabilità ed è andata bene. La dedica per questa vittoria è sicuramente per mio babbo che da lassù ci ha dato una mano». Stesse emozioni per Fabio Guerrini al suo primo Palio da mangino: «Per me e Valentino è il primo Palio, visto che a luglio non abbiamo corso. Tutto l’inverno per scherzare ripetevo la frase “un tiro, un gol” e così è stato visto che abbiamo vinto alla prima esperienza. La dedica va a mio fratello che è della Civetta, ma soprattutto a mio padre Gastone, contradaiolo del Leocorno». Stesse emozioni per Francesco Ricci, mangino dal 2002, già nello staff di capitan Papei: «E’ una sensazione poco descrivibile. Nel 1979 avevo 13 anni e quel Palio me lo ricordo appena. Questa vittoria è voluta, cercata con tutte le forze. Tutto sembrava andare male, anche dopo Luglio, ma abbiamo continuato a lavorare, con l’aiuto fondamentale di Andrea Mari e siamo arrivati alla vittoria.»
Gabriele Voltolini
L’EX CAPITANO
Roberto Papei Un successo anche suo
di GABRIELE VOLTOLINI
PER TANTI ANNI è stato il capitano della Civetta, ma da dirigente non è mai riuscito a provare la gioia immensa della vittoria. La sorte però quando ti toglie, molto spesso ti restituisce e proprio così è successo a Roberto Papei (nella foto), che ha portato nella stalla della Contrada il barbero vittorioso.
Roberto, che sensazioni hai provato dopo la vittoria?
«Una gioia immensa ed una sensazione stupenda. Sono 2 anni che ho smesso di fare il capitano, ma sono sempre stato a disposizione della contrada e di Paolo, anche se c’e da dire che lui ha avuto poco bisogno perché è stato bravissimo da solo».
In genere non accade spesso che un capitano uscente appoggi così quello che gli subentra....
«E’ verissimo, ma il mio vuole essere anche un messaggio per i più giovani perché chi esce, dopo aver ricoperto un ruolo, deve sempre porsi positivamente e mai con spirito di rivalsa verso chi viene dopo».
Da lì anche la decisione del tuo capitano di affidarti il compito di andare a prendere il cavallo...
«Quando me l’ha chiesto mi è venuta la pelle d’oca, era come se il destino attraversasse di nuovo la mia strada. Devo dire che da subito non ero molto convinto e anche in famiglia all’inizio non mi incoraggiavano. Poi però i miei figli hanno insistito tantissimo perché accettassi e alla fine sono andato».
Raccontaci la tua emozione per aver portato Istriceddu, uno dei favoriti del lotto.
«Nei giorni precedenti l’assegnazione diciamo che era uno dei cavalli che desideravo di più, poi l’hanno scelto e quando sono partito dal Castellare ho detto a tutti che avrei fatto il possibile per portarlo nella stalla».
E così è successo. Hai fatto ricorso a qualche cabala particolare?
«Diciamo che io sono una persona molto credente e devota. Spessissimo vado a Monte Oliveto dal Beato Bernardo Tolomei e sono uno dei fautori del gemellaggio con gli olivetani. Mi sono rivolto a lui anche stavolta, oltre ovviamente ad un pensiero verso una persona cara che non c’e più, ovvero mio padre. Inoltre c’e tutta una storia con un numero fortunato che è il 39 ed infatti Istriceddu aveva il 3 di orecchio ed il 9 di coscia».
E Istriceddu ti ha ripagato con la vittoria...
«Sì, è stata una gioia enorme e devo dire che dal 13 in poi, giorno dopo giorno, ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando, fino all’apoteosi finale. Una gioia che ho condiviso con tutti, con Paolo, con Andrea e con i mangini, alcuni dei quali facevano parte anche nel mio staff. In particolare però l’ho condivisa con mio fratello, che da poco è entrato a far parte dello staff come barbaresco. Dopo la vittoria non sono andato a scendere il Palio, ma sono corso ad abbracciare lui ed il cavallo».
Sulle orme di Zodiach. La cabala del Duomo
UNA CURIOSITA’, innanzitutto, che riguarda la «cuffia», ora passata alla Lupa che non vince dal 1989. Durante l’estrazione dei barberi per sistemare le bandiere in Duomo quella della Civetta era decima. E’ andata ad occupare la posizione della Torre, anch’essa con la cuffia, quando nell’agosto 2005 vinse il Palio con Trecciolino e Berio. Insomma, una colonna che sembra portare bene alle Contrade in ritardo con l’appuntamento della vittoria.
LASCIAMO DA PARTE il fatalismo e veniamo alle cose concrete. Il tempo del Palio di Istriceddu non è irresistibile, se confrontato con l’1’13’’ di Già del Menhir a luglio e con l’1’13’’70 di Fedora saura. Istriceddu ha fatto fermare il cronometro a 1’15’’2. Un tempo che è comunque inferiore a quello di Zodiach nella Selva (luglio 2003) che fece 1’15’’33, Venus VII nel Leocorno corse il 16 agosto 2000 in 1’15’’04, Urban II nel settembre di quell’anno ottenne un 1’15’’56.
La.Valde.
Butteri: «Istriceddu, il barbero coccolato come un bambino»
D’inverno la proprietaria aveva messo persino una webcam nel box
di LAURA VALDESI
«FATE LARGO che passo io». Questo il motto di Istriceddu che è stato ieri sera il primo protagonista di questa vittoria che sa di leggenda ad arrivare in Contrada.
«Attenzione, calcia. Spostate i passeggini», avvertono i civettini mentre il baio scuro, fiero, transita in via Cecco Angiolieri per rientrare nella stalla. Lancia una serie di coppiole, quasi volesse esprimere così la propria felicità. Perché al canape, va detto, non ha dato assolutamente segnali di questo tipo. Anzi. E’ stato maneggevole e gestibile, è riuscito a infilarsi nell’allineamento anche quando c’era molta confusione. Poi, insieme ad Andrea Mari, non ha sbagliato nulla. E ha vinto meritatamente una Palio che ha fatto schizzare dal palco del Casato la proprietaria pistoiese Serena Butteri.
«IL PUNTO FORTE di Istriceddu — aveva detto la giovane i giorni scorsi — è la partenza che allo stesso tempo è quello debole di Brio: speriamo che insieme diventino una cosa sola». E’ stato così. Ed il baio ha regalato un nuovo successo dopo quello conseguito con Alesandra alla scuderia di Massimo Milani, da cui venivano anche Guadalupe, Giove deus e Gammede. Il numero di orecchio di Istriceddu era il 3, numero che inizia con la «T». Un segno del destino che, secondo la proprietaria, «chiamava» il Draoppellone. Non era riuscito a dare il meglio al suo esordio nella Pantera, lo scorso anno, proprio di agosto, montato da Bighino. nel luglio scorso, montato da Salasso, era toccato in sorte alla Chiocciola senza figurare, nonostante uno spunto finale.
RESTAVANO un’incognita le sue potenzialità, da capire se aveva la stoffa del campione quel barbero che la proprietaria Serena Butteri ha controllato l’intero inverno con una webcam. «Ero abituata ad averlo in scuderia da me l’inverno — raccontava quando siamo andati a fargli visita — così ho pensato che potevo guardarmelo ogni volta che volevo sul cellulare. Poi, naturalmente, ogni sabato e domenica sono andata a trovarlo di persona», diceva evidenziando che sapeva «di averlo affidato al miglior allenatore. Mi fido ciecamente di lui».
di PAOLO BROGI
C’E’ VOLUTA UN’ORA e dieci di mossa ma alla fine la partenza buona è arrivata. Qualcuno è rimasto penalizzato vedi Onda (soprattutto) e Pantera ma le soluzioni a quel punto erano davvero poche. Il mossiere Giorgio Guglielmi di Vulci traccia un bilancio del suo secondo Palio del 2009. «E’ stata dura, ancora più dura che a luglio. C’era molta confusione per colpa delle avversarie e con tanti cavalli che non stavano al loro posto. Mi dispiace per l’Onda ma il ragazzo deve essere più sveglio. Veniva fuori di continuo e stava lì con quell’atteggiamento passivo a chiedere il posto che in realtà c’era. Alla fine si è messo girato e c’è rimasto cinque minuti, era ormai buio e la mossa andava data. Un fantino dovrebbe capire quando la partenza è matura.
Il problema — continua il mossiere — era nella parte bassa perché come sempre la pressione dei cavalli era notevole. La Giraffa usciva spesso ma rientrava velocemente mentre il Leocorno andava a cercare l’avversaria».
Per la prima volta da quando è sul verrocchio Giorgio Guglielmi di Vulci ha temuto di dover rimandare tutto di un giorno.
«Effettivamente — ammette — ci siamo andati vicini. Credo che passati altri dieci minuti (in realtà molti meno ndr) da quando è stata data la mossa il fatto di rimandare tutto al giorno successivo sarebbe diventato realtà. Non ho però mai pensato di cambiare la busta, perché una soluzione del genere poteva crearmi altri problemi, tipo un’avversaria di rincorsa. Ho dovuto usare spesso i richiami verso più contrade, era l’unico modo, in certe circostanze, per farsi intendere».
Due maratone, tra luglio e agosto, ma Giorgio Guglielmi di Vulci non sembra affatto stanco. «Beh stasera — dice con un pizzico di filosofia il mossiere — era la dodicesima volta che salivo sul verrocchio e che un paio di volte le cose vadano per le lunghe può succedere. Il futuro? Questo devono deciderlo i capitani e poi se mi chiedessero di rifarlo stasera non saprei che dire, domani chissà...».
GIANLUCA MUREDDU è diventato Filuferru. «E’ la grappa tipica della Sardegna, un liquore particolarmente forte, come lo è l’impegno che si è preso il nostro fantino», dice il capitano Luigi Fumi Cambi Gado uscendo dalla segnatura. Il Filuferru è così potente, si racconta nell’isola, che riesce a far digerire anche le pietre. Il termine deriva da un pezzo di filo di ferro che viene posto sopra il tappo di sughero per riconoscere il luogo dove l’alambicco veniva sotterrato, non tanto per farlo stagionare quanto per evitare i controlli governativi all’epoca del proibizionismo, quando i contadini distillavano clandestinamente vinacce, soprattutto quelle di Gallura e Logudoro. «Quello del carattere forte della grappa è una prima lettura del nome di Mureddu — conclude il capitano — l’altra la sveleremo soltanto dopo il Palio». Mario Savelli, il tutor-scopritore del fantino, non nasconde di essere «orgoglioso di averlo portato qui a Siena. Se vincesse la Torre, naturalmente sarei felice. Ma se non dovesse essere così un pochino di sentimento è normale che ce l’abbia per questo ragazzo». Fra le voci che circolano insistentemente in queste ore in merito ai cavalli, anche quella del passaggio di mano di Indira Bella che Aceto dice arriverà alla sua scuderia.
La.Valde.
«ESORDIRA’ Francesco Caria detto.... (momento di silenzio, ndr): ve lo dico domani». Il capitano della Torre Enrico Fatucchi ha lasciato il popolo a bocca asciutta, non rivelando durante la cena della prova generale, com’è tradizione, il nome d’arte del giovane tenuto a battesimo. Fatucchi ha voluto pensarci sopra la notte e, solo al momento della segnatura, si è saputo che Caria sarà Tremendo. «Me li ha hanno bruciati tutti gli spunti perché sono iniziati a circolare in città. Di conseguenza abbiamo deciso nell’Entrone, volevamo fare una sorpresa», scherza Fatucchi uscendo dall’appuntamento di metà mattina in Comune insieme al fantino. «In Contrada pretendevano un nome che iniziasse con la lettera T — racconta — che viene richiamata nel Drappellone, il tormentone di Ferragosto. Ebbene, 3 è il numero della Torre, Trecciolo è il mio soprannome... non chiedetemi perché. Ora c’è Tremendo. Quindi tre volte T. Diciamo che Siamo un po’ scaramantici». Erano girati diversi altri nomi: da Trinità a Lucignolo, a Mirto. «Sono contento — dice Caria —, speriamo che porti bene questo soprannome». Per lui è una bella occasione, lo riconosce già la sera della prova generale. «Cercherò di sfruttarla al meglio. Un po’ di emozione? Quella c’è, credo sia normale. Sono molto contento e punterò a fare del mio meglio. Guschione? Sembra in fase di miglioramento». Poco prima della Torre era uscito il capitano della Chiocciola Silvano Focardi insieme a Sgaibarre che ha svelato come ci sia un’assonanza, per quanto riguarda i natali, fra quest’ultimo, originario di Civitavecchia, e il fantino scomparso nel ’92 ad Allumiere. Canapetta è il fantino che ha corso di più per San Marco (sette presenze e due successi per la Chiocciola nel ’67 e nel ’68), parlava con un marcato accento romanesco, proprio come Sgaibarre. Che dice: «Un ritorno importantissimo il mio, bisognare stare svegli e concentrati. Con Leo Lui non corriamo per partecipare».
Laura Valdesi
di LAURA VALDESI
ZUCCHERINO E NERBATA. «Le dirigenze hanno interpretato bene lo spirito della Festa», dice il sindaco Maurizio Cenni evidenziando che ha funzionato la tirata d’orecchie ai capitani in occasione della presentazione del Drappellone. Un invito a guardare al bene del Palio e non a quello della propria Contrada. «Anche le rivalità sono state interpretate nel modo giusto», nota ricordando che nella riunione di qualche ora prima con mossiere, dirigenti e fantini aveva ripassato gli articoli del Regolamento, a partire dal «101», la responsabilità oggettiva. «Ho ribadito anche le norme della mossa, rammentando ai fantini cosa non devono fare per evitare di terminare anzitempo la loro attività professionistica in Piazza», prosegue Cenni. Ripercorse le tappe di scrematura dei cavalli, riconosciuto che «il meccanismo può lasciare a volte un po’ di amaro in bocca ai proprietari», il sindaco descrive «l’attuale Palio come tecnico. In passato non si sarebbero viste partenze come quelle della prova generale, dove i tempi di reazione sono talmente accelerati da causare la caduta di due Contrade». Nessuna polemica sulla gestione del canape da parte del mossiere, difesa a spada tratta da parte di Cenni. «Con Deputati, ispettori e mossiere abbiamo sezionato la prova senza individuare responsabilità nell’abbassamento. Così ho ricordato ai fantini che un comportamento di quel tipo, una mossa eccessivamente anticipata, rischia di mettere a repentaglio Carriera e Festa. Effetto elastico? E’ sempre lo stesso canape, non è stato neppure acquistato sotto la mia amministrazione. Più semplice — chiosa — dargli la responsabilità che assumersela». A suo dire si sono viste mosse veritiere in questa Carriera, «alcune quasi vecchia maniera, vedi la sgambatura della provaccia». Il sindaco, non usa mezzi termini, poi, nel rigettare la proposta dello Straordinario per Montaperti lanciata dal collega di Castelnuovo Berardenga. «Forse si è distratto e non ricorda che abbiamo dedicato ai 750 anni della battaglia uno dei Drappelloni del 2010. Se c’era la crisi economica per cui non si poteva fare la terza Carriera nel 2009, questa non scomparirà nel 2010». Si sente che non ha mandato giù la bocciatura della proposta di Straordinario per il Costituto, quando dice che in fondo fu l’unica battaglia vinta e che, in teoria, si può celebrare la ricorrenza anche per i 760, 770 anni. «Una motivazione che regge poco», così la bolla Cenni in una battuta. «Il sindaco di Castelnuovo può sempre fare un’edizione straordinaria del Luca Cava. Non me ne vogliano i colleghi dei paesi vicini, però pensino ai loro problemi e queste cose le facciano organizzare alla città cui tale compito veramente spetta». Un ultimo flash sulla mossa dilatata: «Il Palio è una giostra, non lo dimentichiamo. Ha i propri ritmi e i propri tempi che non si possono inquadrare troppo. Altrimenti tanto vale mettere le gabbie».
RITARDI & POLEMICHE IL SOTTOSEGRETARIO
Incalzati dall’oscurità «Ora si deve riflettere su quanto accaduto»
QUANTO è stato complicato questo Palio. Prima per le strategie, difficili a tessere perché non si intuiva il valore delle punte di questa Carriera. Piena di imprevisti: dal soprallasso dell’Onda che, sembra, si sia fatto male per cui non è stato possibile effettuare il corteo storico. Anche i buoi quando sono entrati in Piazza con il Carroccio hanno preso male la curva di ingresso bloccandosi temporaneamente. Poi, per finire, una mossa lunghissima che ha provocato una levata di scudi da parte delle dirigenze, senza contare la reazione della Piazza che, con il passare dei minuti, ha cominciato a fischiare e arrabbiarsi, mentre sul palco dei capitani Luigi Fumi Cambi Gado si sbracciava (è poi sceso anche sul tufo quando è stato consentito ai barbareschi di entrare, venendo invitato gentilmente a tornare al suo posto da un vigile). E’ lo stesso capitano della Civetta a commentare (dopo che già lo aveva fatto attraverso le agenzie di stampa il sottosegretario Martini) che bisogna ripensare a quanto avvenuto. Siamo andati veramente a un passo dal rinviare il Palio al giorno dopo per l’oscurità. Guglielmi dopo aver annullato alcune mosse, alla fine, l’ha data buona quanto si erano accese le luci nei palazzi e le macchine fotografiche usavano i flash. Un po’ come avvenne nel 2002 quando vinse la Tartuca. Il fatto su cui riflettere è che tre abbassamenti sono stati annullati perché c’erano Contrade girate, così come nel caso dell’Onda nella partenza valida! Beccarsi una «fogata» è il minimo, anche se tutti sostenevano in Piazza che stante l’orario e il rischio di non correre, chi non aveva capito di dover restare al suo posto, rischiava la beffa. Così infatti è stato. Però a Guglielmi era stato chiesto di invitare la rincorsa ad avvicinarsi, di usare il pugno duro.
E’ STATO anche il Palio degli infortuni lievi. Nessuna conseguenza importante per Tittia, caduto al primo San Martino da Giordhan, nessuna conseguenza grave per Dè. E’ stato portato in ambulanza alle Scotte, si parlava di una caviglia da esaminare. In serata è stato subito dimesso ed è tornato a casa. Anche i cavalli, specie quello della Lupa che ha tamponato l’Aquila, andata a dritto dopo la botta al colonnino, era nella stalla di Vallerozzi. Un bilancio positivo, dunque, sul versante del materiale equino. Proprio come volevano i veterinari, come desiderava il sindaco, come imponevano gli occhi addosso di tutta Italia sulla Festa. Tanti i malori dovuti al gran caldo in Piazza: 28 persone soccorse di cui 23 trattate in Piazza e 5 portate in ospedale, all’esterno di Piazza 13 soccorsi di cui uno più serio, 12 lievi e tre da ospedale. Da segnalare infine, al termine della Carriera, una fogata al Casato di alcuni ondaioli nei confronti di monturati della Pantera: sembera che però ci sia stato già un semi-chiarimento fra le Contrade.
Laura Valdesi
E dopo trent’annila nonna, nel buio, getta la cuffia
Una mossa infinita (70 minuti) che ha fatto temere il rinvio. Poi Brio, con Istriceddu, è volato via imprendibile
dall’inviato STEFANO CECCHI
LA SOLITA MOSSA infinita (70 minuti), piatta ed estenuante come un film di Kurosawa. Poi, quando il buio della sera si era oramai adagiato su Piazza del Campo, ricoprendola d’ombra, e la gente iniziava a levare i suoi buuu di protesta, il botto: un minuto e 15 secondi di adrenalina pura. Urla (stavolta di gradimento), emozioni concentrate ed esplosioni di palpito. Alla fine, per le vie di Siena fino al Duomo ad esultare e a levare inni di ringraziamento al Cielo, c’è andato il popolo della Civetta. A ragione. La Civetta, infatti, era la «nonna» del Palio. Dal 4 luglio del 1979 , e dunque da più di 30 anni, la contrada del Castellare non riusciva a spuntarla sul tufo. Per farla tornare a vincere 11.001 giorni dopo, c’è voluta una mossa snervante (talmente snervante da suscitare perfino le ire del sottosegretario Francesca Martini: «Un’ora e venti di stress per i cavalli per i fantini: dobbiamo riflettere»); i troppi errori di un mossiere, Giorgio Guglielmi di Vulci, che non è riuscito a gestirla; e un fantino che, invece, non ha sbagliato nulla.
NO, ANDREA MARI detto Brio, senese di 32 anni, non ha sbagliato proprio niente. Chiamato a montare Istriceddu, un castrone baio di 6 anni, Brio è rimasto lucido per tutto il tempo infinito della mossa. Non si è rilassato un attimo. E quando Sgaibarre, chiamato a difendere i colori della Chiocciola, dopo 70 minuti di immobilismo renitente (e tre false partenze) ha finalmente deciso di entrare nei canapi di rincorsa, lui non ha fatto come l’Onda e la Pantera, rimaste sorprese e dunque fuorigioco da subito. No: Brio ha fatto scattare Istriceddu come una palla di obice trovandosi subito al comando. Tre giri di pista a testa alta, con la consapevolezza della propria forza e della propria fame di vittoria. Solo l’Aquila, con Luca Minisini detto Dè, ha provato a fermare la sua marcia trionfale. A metà del secondo giro sembrava quasi che il sorpasso fosse possibile. Ma un errore alla curva di San Martino ha fatto sbalzare di sella il De, lasciando il suo cavallo scosso a intralciare la corsa della Lupa, fin lì terza. A quel punto per la Civetta il gioco è stato fatto. Il ruolo di «Nonna» passa ora alla Lupa, che da 20 anni non trionfa sul bandierino. Auguri, ce n’è bisogno.
AL GRAN BALLO dei debuttanti, dunque, l’ha spuntata un fantino al suo secondo palio vinto su 14 disputati, e un cavallo che di carriere a Siena ne aveva già corse due senza mai vincere. Già, il Gran Ballo dei Cavalli Debuttanti. Il Palio di Siena è una carriera anomala. Una corsa dove alla vigilia non ci deve essere un favorito certo. Qualcosa a metà fra lo spirito decoubertiano e l’ugualitarismo intransigente di Pol Pot. Se un cavallo negli anni dimostra di avere una marcia in più, invece di essere premiato, finisce a casa a vedersi la corsa in poltrona su Canale 3. E su ciò non si guarda in faccia a nessuno. Nemmeno se il proprietario dell’animale è il presidente del Monte dei Paschi. Il Palio è zona franca dalle raccomandazioni e dai potentati. Così, quest’anno, a godersi il pensionamento anticipato per manifesta superiorità, sono stati proprio il cavallo vincitore a luglio 2008 e 2009 Già del Menhir (di proprietà appunto del leader Mps Giuseppe Mussari) e Fedora Saura, esclusi alla vigilia dalla corsa perchè nettamente i più forti del campo. Sul tufo, alle 19 della sera di ieri, i cavalli esordienti erano dunque ben sei e gli altro quattro, compreso appunto Istriceddu, non avevano mai vinto una carriera.
ANCHE FRA I FANTINI c’era del nuovo, con due esordi in Piazza: quello di Filuferro coi colori del Leocorno e quello del 21 enne Tremendo nella Torre. Per entrambi, un esordio senza infamia ma neppure lode. Se ne riparlerà.
Perchè il Palio è storia di cavalli e di fantini, di uomini e delle loro storie. E’ gara pura, è vita, non è spettacolo. Non a caso a nessuno qui importa granchè di chi viene a vedere la corsa. Son passate inosservate le telecamere di James Bond, figurarsi se ieri qualcuno poteva scomporsi per Giuliano Amato, Guglielmo Epifani o per il regista Marco Bellocchio (che con Kurosawa a suo modo se la gioca). Con loro, fra gli ospiti c’era anche il principe olandese, Friso Van Oranje Nassau, che ha rinunciato all’asse ereditario, con tanto di moglie. Idem come sopra. Nessuno invece ha visto George Clooney con la di lui momentanea fidanzatina Elisabetta Canalis. Un boatos li avrebbe voluti in piazza nel pomeriggio. Nada de nada. Probabilmente sono rimasti dalle parti del lago di Como, fra bagni in piscina, notti galanti, gite in moto ai santuari e querele ai paparazzi. Tant’è.
IL PALIO È FESTA toscana e, dunque, di antichi dissapori e antichissimi rancori. Così radicati al punto che il sindaco di Castelnuovo Berardenga, Roberto Bosi, alla vigilia di ferragosto aveva proposto di festeggiare i 750 anni della battaglia di Montaperti (quella in cui le truppe ghibelline di Siena massacrarono quelle guelfe di Firenze) con un palio straordinario nel 2010. «Di farne uno speciale non se ne parla neppure — ha tagliato corto il sindaco Cenni — Alla battaglia di Montaperti verrà però dedicato uno dei due palii del 2010». A dire: niente di straordinario, ma la memoria di quello schiaffo ai fiorentini non verrà certo dimenticato. Il culto della senesità contro lo spirito fiorentino. Non stupisca, dunque, se il giorno della presentazione del drappellone dipinto da Giuliano Ghelli, qualcuno abbia storto la bocca. Poteva piacere in una città che fa festa per Montaperti, un palio dipinto dal fiorentino Ghelli? Benedetti senesi, benedetti fiorentini, benedetti toscani. Benedetto Palio.
Quali sensazioni evoca in un non senese lo «spettacolo» del Palio? Mario Caligiuri, opinionista de La Nazione, professore universitario e sindaco di Soveria Mannelli, dopo aver assistito da Palazzo pubblico alla Carriera dell’Assunta ospite del sindaco Maurizio Cenni, ci racconta in questo articolo le sue impressioni.
“INCROYABLE”. Incredibile. Così una viaggiatrice francese incontrata per caso in ascensore all’Hotel Continental. E’ questa la prima sensazione che si prova assistendo ai riti del Palio. Ma andando a fondo, anzi guardando meglio la superficie, ci si può rendere conto che non siamo di fronte a uno spettacolo, per quanto insolito e suggestivo, ma a un evento che affonda le sue origini nei secoli e che magicamente, resistendo al diluvio della post-modernità, è giunto fino a noi. E’ una gara unica, dove conta solo chi vince ma, circostanza non da poco, è di fondamentale importanza che la contrada “avversaria” non conquisti il drappellone. La Carriera è imprevedibile. E’ tutto in mano alla sorte, quasi una metafora straordinaria di questo tempo in cui, come per la vita, qualunque cosa diventa possibile.
So bene che non essendo senese non riesco ad impadronirmi dell’anima del Palio, ma per me che lo seguo da sette anni consecutivi dal vivo, rappresenta una fusione di tradizione e storia, di emozione e cabala. Probabilmente una delle poche cose vere, in questa Italia catodica e sgarrupata. La Festa è fatta dai Senesi principalmente per loro stessi, per ribadire un’identità che affonda le radici nei secoli, con la gloria di Montaperti del 1260 ancora lì, a portata di mano, come se fosse successa l’altro ieri. A conferma che tutte le cose autentiche fatte per noi stessi hanno, inevitabilmente, una dimensione universale. Una celebrazione scandita da echi che sembrano risalire al Medioevo, dove i cieli erano tutt’altro che oscuri, ma vedevano da vicino i pinnacoli di splendide cattedrali o di duomi monumentali.
Al di là della retorica o della banalizzazione, sempre in agguato quando si parla di quest’argomento, dietro lo sventolio delle bandiere e il rullio dei tamburi c’è una stratificazione di secoli e l’unico modo per cercare di capire qualcosa e’ adottare lo “sguardo lungo”, oppure comprendere quelle che Jean-Francois Lyotard chiama “le grandi narrazioni”. Ieri abbiamo assistito all’atto finale di un accadimento ogni volta diverso e imprevedibile, che si rinnova ogni anno in quella che è stata definita “la città più bella del mondo” e che sembra non avere mai fine: basta vedere il palco dei “cittini”, da dove i bambini sventolano i fazzoletti con i colori delle contrade. E’ proprio questa la continuità di una tradizione sentita e sofferta, che non dimentica neanche le “contrade morte”, cioè quelle che non corrono più da centinaia di anni. Da tutto ciò emerge un’altra considerazione: solo i veri conservatori possono essere degli autentici innovatori, perché riuniscono sapientemente la forza del passato e l’urgenza del futuro. In questo suggestivo e impagabile incrocio tra sacro e pagano, forse assistiamo, in tempi di “Codice da Vinci” imperanti, a quanto di più attuale oggi possa esserci.
Infatti, si fondono misteri e magie, in questa città unica al mondo dove “adulti e bambini cantano insieme”. E’ bello assistere al Palio, dove ognuno è qualcuno perche si è qualcosa. E dopo che il cavallo della Civetta ha portato alla vittoria la sua contrada, anche noi, privilegiati ospiti in queste giornate d’incanto, ci sentiamo senesi.
Cioè protagonisti di questa magia.
ANDREA MARI è nato il 13 ottobre 1977. Tredici, un numero che inizia con la «T». Chiaro richiamo al Drappellone di Giuliano Ghelli che ora sarà sistemato nel museo del Castellare. Una vittoria storica, quella di Brio, perché non accade tutti i giorni di togliere la cuffia a una Contrada. L’ultima volta l’ha fatto Trecciolino con la Torre nel 2005, prima ancora, nel 1996, Cianchino con il Bruco. Due imprese di due grandi fantini cui si aggiunge la terza, questa volta di Brio. Che è apparso concentrato, sicuro di sè. Ed è riuscito a mettere a tacere quanti dicevano che la partenza non era il suo forte. Una vittoria voluta con tutte le forze, dopo l’infortunio a Legnano e dopo la delusione del Palio di luglio a piedi per via dell’infortunio a Iesael. Brio è riuscito a conquistare il secondo Palio, potrebbe essere la svolta della Carriera. La svolta della maturità.
La.Valde.
di KATIUSCIA VASELLI
VIA LA CUFFIA con tre giri tutti di testa e un trionfo storico che regala a Brio la sua seconda vittoria. Una corsa magistrale per Andrea Mari che torna a vincere a distanza di tre anni.
Cominciamo dall’analisi della mossa, dal tuo quarto posto...
«E’ stata lunghissima e molto complicata, con il Leocorno che mi dava noia cercando di farmi stare fuori posto, pensando solo a me senza pensare al proprio Palio. L’avversaria ha tentato di tutto per danneggiarmi facendomi passare anche male ma dopo trent’anni di digiuno della Civetta non avrei mai permesso a nessuno di ostacolare il mio lavoro con il giubbetto del Castellare».
Sei stato rigoroso anche con il mossiere...
«Sì, lo sono stato perché volevo essere rispettato. E’ successo altre volte che per non recare danni a nessuno, soprattutto alla Festa, mi sono danneggiato da solo. Stavolta non lo avrei permesso: se tutti fanno i propri interessi, io faccio i miei, punto e basta. Del resto, solo il Leocorno aveva interesse a non far vincere la Civetta».
E’ stata una mossa lunghissima, estenuante...
«E’ vero ma io mi sono sempre fatto trovare pronto».
Secondo te è mancato il pugno di ferro da parte del mossiere?
«No, assolutamente. Si veniva dal Palio di luglio che era stato determinante per tutti, la situazione per il mossiere Guglielmi di Vulci era molto difficile, eravamo tutti nervosi e lui anzi è stato bravo».
Brio ha mai perso la testa durante le fasi della mossa?
«Ero determinato e arrabbiatissimo: sapevo di avere un grosso conto in sospeso con la fortuna, dato quello che era successo a luglio, con la Civetta costretta a non correre: era la corsa del riscatto per la contrada e per me, dopo quattro giorni vissuti in un sogno dall’inizio alla fine. Sapevo in cuor mio che avrei fatto un Palio da protagonista. Anzi, dentro di me sapevo di poter vincere».
Hai mai avuto paura durante i tre giri?
«Lascia fare, avevo una paura matta».
Poi hai subito fino in fondo gli attacchi dell’Aquila, unica ad averti messo in difficoltà...
«Infatti ho dovuto pensare ad annientarla chiudendo certe traiettorie. Ma ho avuto tanta paura, credo sia umano, lecito».
Così sei arrivato alla grande vittoria, metro dopo metro...
«E’ un sogno, l’ho già detto. Un desiderio grandissimo che si corona grazie a tutta la contrada della Civetta, a una stalla di professionisti che ha avuto a che fare anche con qualche imprevisto poi risolto, una grandiosa dirigenza e uno splendido popolo. Un sogno del genere andava coronato con un trionfo come questo. Indescrivibile, non credo si potrà mai ripetere una sintonia come questa».
Questo è il preludio a un rapporto tra la Civetta e Brio che si potrà consolidare in maniera ufficiale?
«Ovunque io abbia corso, ho fatto sì che restasse sempre un buon rapporto con la contrada. Di sicuro posso dire che la Civetta non perderà mai Brio e Brio non perderà mai la Civetta».
Ora magari è facile dirlo ma... Istriceddu era il cavallo che volevi?
«Mi piaceva tantissimo Leo Lui oltre a Istriceddu».
Hai nominato il cavallo della Chiocciola, a questo punto,un commento a caldo sulla corsa delle altre nove accoppiate, in particolare sui tuoi colleghi...
«Hanno fatto come pareva a loro, ho vinto io!»
A chi dedichi questa tua seconda vittoria?
«Ho conosciuto, grazie a tante persone, il vero Andrea Mari, quello che avevo tenuto sempre dentro di me, quello più tranquillo, sereno, «normale». Quindi il trionfo, senza dubbio - anche perché la prima vittoria era già per tutta la mia famiglia e per Sara - è dedicato a questo nuovo Andrea».
di PAOLO BROGI
IL CASTELLARE è tutto in festa. Piangono di gioia civettini, uomini e donne che in quel luglio ’79 erano bambini, giovani che per la prima volta possono urlare contro il cielo tutta la loro gioia. Perché il Palio può essere crudele ma alla fine non tradisce mai del tutto. La malasorte aveva pugnalato al cuore la Civetta nello scorso luglio e allora da dea bendata ha risarcito con gli interessi quella che da ieri sera non è più la nonna del Palio. C’è voluto un cavallo come Istriceddu, atteso e portato nella stalla tra mille speranze. C’è voluta la determinazione di Andrea Mari detto Brio, fantino che doveva dimostrare di poter tornare meraviglioso. C’è voluta la voglia di un popolo che in questi lunghi anni ha sofferto, ha visto spesso gioire l’avversaria, senza però arrendersi mai. E alla fine ecco il tripudio della Priora.
VENENDO alla cronaca il mortaretto che ha annunciato l’ingresso delle contrade sul tufo ha fatto sentire la sua voce quando le diciannove erano passate da sei minuti. Il mossiere Giorgio Guglielmi di Vulci ha chiamato nel seguente ordine: Giraffa (Giovanni Atzeni detto Tittia e Giordhan), Onda (Silvano Mulas detto Voglia e Guadalupe), Aquila (Luca Minisini detto Dè e Indira Bella), Civetta (Andrea Mari detto Brio e Istriceddu), Pantera (Giuseppe Zedde detto Gingillo e Giove Deus), Leocorno (Gianluca Mureddu detto Filuferro e Lampante), Lupa (Gianluca Fais detto Vittorio e Gammede), Torre (Francesco Caria detto Tremendo e Guschione), Istrice (Luigi Bruschelli detto Trecciolino e Ganosu) e di rincorsa la Chiocciola (Antonio Villella detto Sgaibarre e Leo Lui).
PRIMI ASSAGGI di mossa e subito si capisce che servirà del tempo, tanto tempo prima che arrivi il momento della partenza. Il posto al canape è da subito un optional. Nessuno lo rispetta e a nulla valgono i richiami del mossiere. La Pantera dovrebbe essere tra Civetta e Leocorno, ma per evitare problemi deve sottrarsi e cambiare perché Filuferro va a cercare Brio. L’Aquila ha il solito problema di Indira Bella che al canape proprio non vuole starci e quindi deve vagare in cerca di posizione. Nella parte bassa Tittia e Voglia devono fare i conti con l’irrequietezza di Giordhan e Guadalupe e sono spesso fuori posto. Le cose vanno bene solo nella parte alta, dove Lupa, Torre e Istrice stanno abbastanza ferme. Passano i minuti e si accendono gli animi, c’è sempre un fantino con il nerbo alzato a chiedere spazio. Inutili sono i tentativi del mossiere di far uscire tutti, perché quando si ricomincia niente di niente. Trascorre il tempo e continua la bagarre. Una, due, tre volte Giorgio Guglielmi di Vulci deve abbassare il canape e azionare il mortaretto, ma non si tratta di vere mosse false. Infatti si va avanti con la stessa busta anche se il problema ora è l’oscurità che comincia a calare su piazza del Campo. Si arriva all’ora di mossa e tutto sembra bloccato, poi altri dieci minuti e quando qualcuno sta già per srotolare la bandiera verde del rinvio ecco l’attimo propizio. La Chiocciola rompe gli indugi: si parte! Non è una mossa perfetta ma difficile chiedere di più. L’Onda resta lì, la Pantera quasi, la Civetta invece scatta in testa seguita da Lupa e Leocorno. Brio e Istriceddu girano primi a San Martino e intanto l’Aquila che ha tenuto la traiettoria interna è già terza, dietro Vittorio e Gammede. Il Palio è ormai un discorso a tre e l’Aquila viene forte e riesce a portarsi in secondo posizione. Ora il vantaggio della Civetta non è più importante e all’inizio del secondo giro Dè sferra l’attacco, trovando però Brio puntuale nel chiudere la traiettoria. Al terzo San Martino l’Aquila è troppo bassa, Minisini tocca il colonnino è cade, strada spianata per il Castellare, Brio a nerbo alzato davanti all’Istrice in forte rimonta.
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«Il sogno di Andrea: Papei che esultava» Alessandro Traballesi, 96 anni, si gode il Palio
IL CAPITANO PAOLO Betti svela che è stato un sogno a indicare la scelta di chi doveva andare a prendere il cavallo. «Una settimana prima della decisione mi chiama Andrea. ’Ho fatto un sogno’, mi dice. Vieni su. Mi sono preoccupato perché quando mi chiamava spesso erano cose da Andrea... Sono andato a corsa e mi ha detto di aver sognato l’ex capitano Roberto Papei com’è ora, con i capelli bianchi, nella montura, che saltava uscendo da Piazza. Infatti nel discorso della cena ho detto di aver mandato Roberto perché si era messo in gioco in rapporto al sogno. Ha fatto veramente tanto». A godersi la vittoria ieri sera c’era anche il decano del Castellare, Alessandro Traballesi, 96 anni suonati. E’ a sedere nella sacrestia dell’oratorio quando arriva la nipotina ad abbracciare il super-nonno, padre di Renzo, che è stato mangino vittorioso nel ’37, nel ’45, nel ’47, nel ’49 e ’60.
La.Valde.
di LAURA VALDESI
E’ TRANQUILLO, il capitano Paolo Betti, come se l’incubo durato 30 anni non ci fosse mai stato. Come se la Civetta non avesse abbandonato la «cuffia» e i contradaioli, in chiesa, non stessero abbracciando il Palio vinto da Istriceddu (non sono forse aculei quelli che infilano il tufo del Drappellone?), numero 3 di orecchio. Tre, numero che inizia con la T.
Capitano, nel discorso della cena della prova generale ha detto che avrebbe vinto.
«Sì, ero sicuro».
Andrea ha poi detto che se avesse vinto questo Palio sarebbe diventato fantino della Civetta.
«L’ha detto lui, me lo chiese».
E tu cosa gli hai risposto?
«Che ci può essere un bel futuro con un fantino in questo modo».
Ripagati della beffa di luglio, quando non avete potuto correre
«Vedi, dopo che successe quella disgrazia al cavallo, un momento bruttissimo, discussioni, tornando a casa ho ripensato che noi, nel ’79, si vinse a luglio e si perse il cappotto ad agosto perché il cavallo si fece male e fu abbattuto. Dunque, una sorta di Palio invertito, dopo 30 anni. Sono andato a prendere il cavallo convinto che avremmo cambiato rotta uscendo dal tunnel».
Betti è sempre rimasto tranquillo in questi quattro giorni.
«Una serie di segnali: Bartoletti che s’infortuna, il santo Bernardo Tolomei, il Leocorno che non riesce a trovare la monta.... Il cavallo che prende una pedata ma non è grave, tutti cascano al canape e noi si resta fuori dalla mischia. Di solito saremmo rimasti coinvolti, invece la cattiva sorte ci ha schivato. E poi stasera, all’ultimo tuffo: pensa che il sindaco si è girato verso di noi e ha detto ’un minuto dalla bandiera verde’. Ha avvertito il comandante delle guardie».
Infatti la mossa è stata data buona, l’Onda è rimasta al canape: un’ora e venti. Uguale a luglio.
«Bisognerà discuterne pesantemente nell’inverno perché non ne è partito uno al suo posto. Avevamo apposta la riunione per dargli un segnale, non volevamo una partenza così, occorreva essere più incisivi».
Brio ha alzato il nerbo: cosa ha pensato Betti.
«In questi momenti di vaneggiamento, avevo promesso che mi sarei inginocchiato, così ho fatto e non l’ho visto. Dovevo fare una preghiera ad una persona che non c’è più. E poi avevo da calare il Palio a mio fratello che era sotto».
In Duomo sdraiato sull’altare?
«Diciamo che mi ci hanno schiacciato. Mi hanno graffiato, dato due colpi al naso tanto che è uscito il sangue».
Qui era tutto spento: luci, niente campanina.
«E’ la disabitudine. I ragazzi più giovani non sanno neppure cosa è successo. Trascorreranno un bell’inverno».
In questo lotto Istriceddu era superiore?
«Insieme alla Chiocciola erano i due cavalli da battere».
Palio dedicato a...
«A questo popolo, per la la fine di incubo e di una tensione terribile. A mio figlio Niccolò che era in Duomo all’altare con me. Aveva dietro un portafortuna, in tasca. Gli ho comprato un animalino. Lui ha detto: ’vai questo ci fa vincere il Palio, si chiama Billy».
Paura dell’Aquila?
«Indira è andata forte, poi quando ho visto che ha battuto al colonnino ho capito che s’era vinto. Il cavallo era perfetto, non mascherato».
La carta vincente?
«La motivazione del fantino. Lo era più di tutti gli altri, è un anno che viviamo tutti i giorni insieme, è un ragazzo meraviglioso».