La Civetta vede nel buio
The Last Victory, film sulla Civetta (2004) 
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da La Nazione gli articoli del dopo-Palio
RITARDI & POLEMICHE IL SOTTOSEGRETARIO
Incalzati dall’oscurità «Ora si deve riflettere su quanto accaduto»
QUANTO è stato complicato questo Palio. Prima per le strategie, difficili a tessere perché non si intuiva il valore delle punte di questa Carriera. Piena di imprevisti: dal soprallasso dell’Onda che, sembra, si sia fatto male per cui non è stato possibile effettuare il corteo storico. Anche i buoi quando sono entrati in Piazza con il Carroccio hanno preso male la curva di ingresso bloccandosi temporaneamente. Poi, per finire, una mossa lunghissima che ha provocato una levata di scudi da parte delle dirigenze, senza contare la reazione della Piazza che, con il passare dei minuti, ha cominciato a fischiare e arrabbiarsi, mentre sul palco dei capitani Luigi Fumi Cambi Gado si sbracciava (è poi sceso anche sul tufo quando è stato consentito ai barbareschi di entrare, venendo invitato gentilmente a tornare al suo posto da un vigile). E’ lo stesso capitano della Civetta a commentare (dopo che già lo aveva fatto attraverso le agenzie di stampa il sottosegretario Martini) che bisogna ripensare a quanto avvenuto. Siamo andati veramente a un passo dal rinviare il Palio al giorno dopo per l’oscurità. Guglielmi dopo aver annullato alcune mosse, alla fine, l’ha data buona quanto si erano accese le luci nei palazzi e le macchine fotografiche usavano i flash. Un po’ come avvenne nel 2002 quando vinse la Tartuca. Il fatto su cui riflettere è che tre abbassamenti sono stati annullati perché c’erano Contrade girate, così come nel caso dell’Onda nella partenza valida! Beccarsi una «fogata» è il minimo, anche se tutti sostenevano in Piazza che stante l’orario e il rischio di non correre, chi non aveva capito di dover restare al suo posto, rischiava la beffa. Così infatti è stato. Però a Guglielmi era stato chiesto di invitare la rincorsa ad avvicinarsi, di usare il pugno duro.
E’ STATO anche il Palio degli infortuni lievi. Nessuna conseguenza importante per Tittia, caduto al primo San Martino da Giordhan, nessuna conseguenza grave per Dè. E’ stato portato in ambulanza alle Scotte, si parlava di una caviglia da esaminare. In serata è stato subito dimesso ed è tornato a casa. Anche i cavalli, specie quello della Lupa che ha tamponato l’Aquila, andata a dritto dopo la botta al colonnino, era nella stalla di Vallerozzi. Un bilancio positivo, dunque, sul versante del materiale equino. Proprio come volevano i veterinari, come desiderava il sindaco, come imponevano gli occhi addosso di tutta Italia sulla Festa. Tanti i malori dovuti al gran caldo in Piazza: 28 persone soccorse di cui 23 trattate in Piazza e 5 portate in ospedale, all’esterno di Piazza 13 soccorsi di cui uno più serio, 12 lievi e tre da ospedale. Da segnalare infine, al termine della Carriera, una fogata al Casato di alcuni ondaioli nei confronti di monturati della Pantera: sembera che però ci sia stato già un semi-chiarimento fra le Contrade.
Laura Valdesi
E dopo trent’annila nonna, nel buio, getta la cuffia
Una mossa infinita (70 minuti) che ha fatto temere il rinvio. Poi Brio, con Istriceddu, è volato via imprendibile
dall’inviato STEFANO CECCHI
LA SOLITA MOSSA infinita (70 minuti), piatta ed estenuante come un film di Kurosawa. Poi, quando il buio della sera si era oramai adagiato su Piazza del Campo, ricoprendola d’ombra, e la gente iniziava a levare i suoi buuu di protesta, il botto: un minuto e 15 secondi di adrenalina pura. Urla (stavolta di gradimento), emozioni concentrate ed esplosioni di palpito. Alla fine, per le vie di Siena fino al Duomo ad esultare e a levare inni di ringraziamento al Cielo, c’è andato il popolo della Civetta. A ragione. La Civetta, infatti, era la «nonna» del Palio. Dal 4 luglio del 1979 , e dunque da più di 30 anni, la contrada del Castellare non riusciva a spuntarla sul tufo. Per farla tornare a vincere 11.001 giorni dopo, c’è voluta una mossa snervante (talmente snervante da suscitare perfino le ire del sottosegretario Francesca Martini: «Un’ora e venti di stress per i cavalli per i fantini: dobbiamo riflettere»); i troppi errori di un mossiere, Giorgio Guglielmi di Vulci, che non è riuscito a gestirla; e un fantino che, invece, non ha sbagliato nulla.
NO, ANDREA MARI detto Brio, senese di 32 anni, non ha sbagliato proprio niente. Chiamato a montare Istriceddu, un castrone baio di 6 anni, Brio è rimasto lucido per tutto il tempo infinito della mossa. Non si è rilassato un attimo. E quando Sgaibarre, chiamato a difendere i colori della Chiocciola, dopo 70 minuti di immobilismo renitente (e tre false partenze) ha finalmente deciso di entrare nei canapi di rincorsa, lui non ha fatto come l’Onda e la Pantera, rimaste sorprese e dunque fuorigioco da subito. No: Brio ha fatto scattare Istriceddu come una palla di obice trovandosi subito al comando. Tre giri di pista a testa alta, con la consapevolezza della propria forza e della propria fame di vittoria. Solo l’Aquila, con Luca Minisini detto Dè, ha provato a fermare la sua marcia trionfale. A metà del secondo giro sembrava quasi che il sorpasso fosse possibile. Ma un errore alla curva di San Martino ha fatto sbalzare di sella il De, lasciando il suo cavallo scosso a intralciare la corsa della Lupa, fin lì terza. A quel punto per la Civetta il gioco è stato fatto. Il ruolo di «Nonna» passa ora alla Lupa, che da 20 anni non trionfa sul bandierino. Auguri, ce n’è bisogno.
AL GRAN BALLO dei debuttanti, dunque, l’ha spuntata un fantino al suo secondo palio vinto su 14 disputati, e un cavallo che di carriere a Siena ne aveva già corse due senza mai vincere. Già, il Gran Ballo dei Cavalli Debuttanti. Il Palio di Siena è una carriera anomala. Una corsa dove alla vigilia non ci deve essere un favorito certo. Qualcosa a metà fra lo spirito decoubertiano e l’ugualitarismo intransigente di Pol Pot. Se un cavallo negli anni dimostra di avere una marcia in più, invece di essere premiato, finisce a casa a vedersi la corsa in poltrona su Canale 3. E su ciò non si guarda in faccia a nessuno. Nemmeno se il proprietario dell’animale è il presidente del Monte dei Paschi. Il Palio è zona franca dalle raccomandazioni e dai potentati. Così, quest’anno, a godersi il pensionamento anticipato per manifesta superiorità, sono stati proprio il cavallo vincitore a luglio 2008 e 2009 Già del Menhir (di proprietà appunto del leader Mps Giuseppe Mussari) e Fedora Saura, esclusi alla vigilia dalla corsa perchè nettamente i più forti del campo. Sul tufo, alle 19 della sera di ieri, i cavalli esordienti erano dunque ben sei e gli altro quattro, compreso appunto Istriceddu, non avevano mai vinto una carriera.
ANCHE FRA I FANTINI c’era del nuovo, con due esordi in Piazza: quello di Filuferro coi colori del Leocorno e quello del 21 enne Tremendo nella Torre. Per entrambi, un esordio senza infamia ma neppure lode. Se ne riparlerà.
Perchè il Palio è storia di cavalli e di fantini, di uomini e delle loro storie. E’ gara pura, è vita, non è spettacolo. Non a caso a nessuno qui importa granchè di chi viene a vedere la corsa. Son passate inosservate le telecamere di James Bond, figurarsi se ieri qualcuno poteva scomporsi per Giuliano Amato, Guglielmo Epifani o per il regista Marco Bellocchio (che con Kurosawa a suo modo se la gioca). Con loro, fra gli ospiti c’era anche il principe olandese, Friso Van Oranje Nassau, che ha rinunciato all’asse ereditario, con tanto di moglie. Idem come sopra. Nessuno invece ha visto George Clooney con la di lui momentanea fidanzatina Elisabetta Canalis. Un boatos li avrebbe voluti in piazza nel pomeriggio. Nada de nada. Probabilmente sono rimasti dalle parti del lago di Como, fra bagni in piscina, notti galanti, gite in moto ai santuari e querele ai paparazzi. Tant’è.
IL PALIO È FESTA toscana e, dunque, di antichi dissapori e antichissimi rancori. Così radicati al punto che il sindaco di Castelnuovo Berardenga, Roberto Bosi, alla vigilia di ferragosto aveva proposto di festeggiare i 750 anni della battaglia di Montaperti (quella in cui le truppe ghibelline di Siena massacrarono quelle guelfe di Firenze) con un palio straordinario nel 2010. «Di farne uno speciale non se ne parla neppure — ha tagliato corto il sindaco Cenni — Alla battaglia di Montaperti verrà però dedicato uno dei due palii del 2010». A dire: niente di straordinario, ma la memoria di quello schiaffo ai fiorentini non verrà certo dimenticato. Il culto della senesità contro lo spirito fiorentino. Non stupisca, dunque, se il giorno della presentazione del drappellone dipinto da Giuliano Ghelli, qualcuno abbia storto la bocca. Poteva piacere in una città che fa festa per Montaperti, un palio dipinto dal fiorentino Ghelli? Benedetti senesi, benedetti fiorentini, benedetti toscani. Benedetto Palio.
Quali sensazioni evoca in un non senese lo «spettacolo» del Palio? Mario Caligiuri, opinionista de La Nazione, professore universitario e sindaco di Soveria Mannelli, dopo aver assistito da Palazzo pubblico alla Carriera dell’Assunta ospite del sindaco Maurizio Cenni, ci racconta in questo articolo le sue impressioni.
“INCROYABLE”. Incredibile. Così una viaggiatrice francese incontrata per caso in ascensore all’Hotel Continental. E’ questa la prima sensazione che si prova assistendo ai riti del Palio. Ma andando a fondo, anzi guardando meglio la superficie, ci si può rendere conto che non siamo di fronte a uno spettacolo, per quanto insolito e suggestivo, ma a un evento che affonda le sue origini nei secoli e che magicamente, resistendo al diluvio della post-modernità, è giunto fino a noi. E’ una gara unica, dove conta solo chi vince ma, circostanza non da poco, è di fondamentale importanza che la contrada “avversaria” non conquisti il drappellone. La Carriera è imprevedibile. E’ tutto in mano alla sorte, quasi una metafora straordinaria di questo tempo in cui, come per la vita, qualunque cosa diventa possibile.
So bene che non essendo senese non riesco ad impadronirmi dell’anima del Palio, ma per me che lo seguo da sette anni consecutivi dal vivo, rappresenta una fusione di tradizione e storia, di emozione e cabala. Probabilmente una delle poche cose vere, in questa Italia catodica e sgarrupata. La Festa è fatta dai Senesi principalmente per loro stessi, per ribadire un’identità che affonda le radici nei secoli, con la gloria di Montaperti del 1260 ancora lì, a portata di mano, come se fosse successa l’altro ieri. A conferma che tutte le cose autentiche fatte per noi stessi hanno, inevitabilmente, una dimensione universale. Una celebrazione scandita da echi che sembrano risalire al Medioevo, dove i cieli erano tutt’altro che oscuri, ma vedevano da vicino i pinnacoli di splendide cattedrali o di duomi monumentali.
Al di là della retorica o della banalizzazione, sempre in agguato quando si parla di quest’argomento, dietro lo sventolio delle bandiere e il rullio dei tamburi c’è una stratificazione di secoli e l’unico modo per cercare di capire qualcosa e’ adottare lo “sguardo lungo”, oppure comprendere quelle che Jean-Francois Lyotard chiama “le grandi narrazioni”. Ieri abbiamo assistito all’atto finale di un accadimento ogni volta diverso e imprevedibile, che si rinnova ogni anno in quella che è stata definita “la città più bella del mondo” e che sembra non avere mai fine: basta vedere il palco dei “cittini”, da dove i bambini sventolano i fazzoletti con i colori delle contrade. E’ proprio questa la continuità di una tradizione sentita e sofferta, che non dimentica neanche le “contrade morte”, cioè quelle che non corrono più da centinaia di anni. Da tutto ciò emerge un’altra considerazione: solo i veri conservatori possono essere degli autentici innovatori, perché riuniscono sapientemente la forza del passato e l’urgenza del futuro. In questo suggestivo e impagabile incrocio tra sacro e pagano, forse assistiamo, in tempi di “Codice da Vinci” imperanti, a quanto di più attuale oggi possa esserci.
Infatti, si fondono misteri e magie, in questa città unica al mondo dove “adulti e bambini cantano insieme”. E’ bello assistere al Palio, dove ognuno è qualcuno perche si è qualcosa. E dopo che il cavallo della Civetta ha portato alla vittoria la sua contrada, anche noi, privilegiati ospiti in queste giornate d’incanto, ci sentiamo senesi.
Cioè protagonisti di questa magia.
ANDREA MARI è nato il 13 ottobre 1977. Tredici, un numero che inizia con la «T». Chiaro richiamo al Drappellone di Giuliano Ghelli che ora sarà sistemato nel museo del Castellare. Una vittoria storica, quella di Brio, perché non accade tutti i giorni di togliere la cuffia a una Contrada. L’ultima volta l’ha fatto Trecciolino con la Torre nel 2005, prima ancora, nel 1996, Cianchino con il Bruco. Due imprese di due grandi fantini cui si aggiunge la terza, questa volta di Brio. Che è apparso concentrato, sicuro di sè. Ed è riuscito a mettere a tacere quanti dicevano che la partenza non era il suo forte. Una vittoria voluta con tutte le forze, dopo l’infortunio a Legnano e dopo la delusione del Palio di luglio a piedi per via dell’infortunio a Iesael. Brio è riuscito a conquistare il secondo Palio, potrebbe essere la svolta della Carriera. La svolta della maturità.
La.Valde.
di KATIUSCIA VASELLI
VIA LA CUFFIA con tre giri tutti di testa e un trionfo storico che regala a Brio la sua seconda vittoria. Una corsa magistrale per Andrea Mari che torna a vincere a distanza di tre anni.
Cominciamo dall’analisi della mossa, dal tuo quarto posto...
«E’ stata lunghissima e molto complicata, con il Leocorno che mi dava noia cercando di farmi stare fuori posto, pensando solo a me senza pensare al proprio Palio. L’avversaria ha tentato di tutto per danneggiarmi facendomi passare anche male ma dopo trent’anni di digiuno della Civetta non avrei mai permesso a nessuno di ostacolare il mio lavoro con il giubbetto del Castellare».
Sei stato rigoroso anche con il mossiere...
«Sì, lo sono stato perché volevo essere rispettato. E’ successo altre volte che per non recare danni a nessuno, soprattutto alla Festa, mi sono danneggiato da solo. Stavolta non lo avrei permesso: se tutti fanno i propri interessi, io faccio i miei, punto e basta. Del resto, solo il Leocorno aveva interesse a non far vincere la Civetta».
E’ stata una mossa lunghissima, estenuante...
«E’ vero ma io mi sono sempre fatto trovare pronto».
Secondo te è mancato il pugno di ferro da parte del mossiere?
«No, assolutamente. Si veniva dal Palio di luglio che era stato determinante per tutti, la situazione per il mossiere Guglielmi di Vulci era molto difficile, eravamo tutti nervosi e lui anzi è stato bravo».
Brio ha mai perso la testa durante le fasi della mossa?
«Ero determinato e arrabbiatissimo: sapevo di avere un grosso conto in sospeso con la fortuna, dato quello che era successo a luglio, con la Civetta costretta a non correre: era la corsa del riscatto per la contrada e per me, dopo quattro giorni vissuti in un sogno dall’inizio alla fine. Sapevo in cuor mio che avrei fatto un Palio da protagonista. Anzi, dentro di me sapevo di poter vincere».
Hai mai avuto paura durante i tre giri?
«Lascia fare, avevo una paura matta».
Poi hai subito fino in fondo gli attacchi dell’Aquila, unica ad averti messo in difficoltà...
«Infatti ho dovuto pensare ad annientarla chiudendo certe traiettorie. Ma ho avuto tanta paura, credo sia umano, lecito».
Così sei arrivato alla grande vittoria, metro dopo metro...
«E’ un sogno, l’ho già detto. Un desiderio grandissimo che si corona grazie a tutta la contrada della Civetta, a una stalla di professionisti che ha avuto a che fare anche con qualche imprevisto poi risolto, una grandiosa dirigenza e uno splendido popolo. Un sogno del genere andava coronato con un trionfo come questo. Indescrivibile, non credo si potrà mai ripetere una sintonia come questa».
Questo è il preludio a un rapporto tra la Civetta e Brio che si potrà consolidare in maniera ufficiale?
«Ovunque io abbia corso, ho fatto sì che restasse sempre un buon rapporto con la contrada. Di sicuro posso dire che la Civetta non perderà mai Brio e Brio non perderà mai la Civetta».
Ora magari è facile dirlo ma... Istriceddu era il cavallo che volevi?
«Mi piaceva tantissimo Leo Lui oltre a Istriceddu».
Hai nominato il cavallo della Chiocciola, a questo punto,un commento a caldo sulla corsa delle altre nove accoppiate, in particolare sui tuoi colleghi...
«Hanno fatto come pareva a loro, ho vinto io!»
A chi dedichi questa tua seconda vittoria?
«Ho conosciuto, grazie a tante persone, il vero Andrea Mari, quello che avevo tenuto sempre dentro di me, quello più tranquillo, sereno, «normale». Quindi il trionfo, senza dubbio - anche perché la prima vittoria era già per tutta la mia famiglia e per Sara - è dedicato a questo nuovo Andrea».
di PAOLO BROGI
IL CASTELLARE è tutto in festa. Piangono di gioia civettini, uomini e donne che in quel luglio ’79 erano bambini, giovani che per la prima volta possono urlare contro il cielo tutta la loro gioia. Perché il Palio può essere crudele ma alla fine non tradisce mai del tutto. La malasorte aveva pugnalato al cuore la Civetta nello scorso luglio e allora da dea bendata ha risarcito con gli interessi quella che da ieri sera non è più la nonna del Palio. C’è voluto un cavallo come Istriceddu, atteso e portato nella stalla tra mille speranze. C’è voluta la determinazione di Andrea Mari detto Brio, fantino che doveva dimostrare di poter tornare meraviglioso. C’è voluta la voglia di un popolo che in questi lunghi anni ha sofferto, ha visto spesso gioire l’avversaria, senza però arrendersi mai. E alla fine ecco il tripudio della Priora.
VENENDO alla cronaca il mortaretto che ha annunciato l’ingresso delle contrade sul tufo ha fatto sentire la sua voce quando le diciannove erano passate da sei minuti. Il mossiere Giorgio Guglielmi di Vulci ha chiamato nel seguente ordine: Giraffa (Giovanni Atzeni detto Tittia e Giordhan), Onda (Silvano Mulas detto Voglia e Guadalupe), Aquila (Luca Minisini detto Dè e Indira Bella), Civetta (Andrea Mari detto Brio e Istriceddu), Pantera (Giuseppe Zedde detto Gingillo e Giove Deus), Leocorno (Gianluca Mureddu detto Filuferro e Lampante), Lupa (Gianluca Fais detto Vittorio e Gammede), Torre (Francesco Caria detto Tremendo e Guschione), Istrice (Luigi Bruschelli detto Trecciolino e Ganosu) e di rincorsa la Chiocciola (Antonio Villella detto Sgaibarre e Leo Lui).
PRIMI ASSAGGI di mossa e subito si capisce che servirà del tempo, tanto tempo prima che arrivi il momento della partenza. Il posto al canape è da subito un optional. Nessuno lo rispetta e a nulla valgono i richiami del mossiere. La Pantera dovrebbe essere tra Civetta e Leocorno, ma per evitare problemi deve sottrarsi e cambiare perché Filuferro va a cercare Brio. L’Aquila ha il solito problema di Indira Bella che al canape proprio non vuole starci e quindi deve vagare in cerca di posizione. Nella parte bassa Tittia e Voglia devono fare i conti con l’irrequietezza di Giordhan e Guadalupe e sono spesso fuori posto. Le cose vanno bene solo nella parte alta, dove Lupa, Torre e Istrice stanno abbastanza ferme. Passano i minuti e si accendono gli animi, c’è sempre un fantino con il nerbo alzato a chiedere spazio. Inutili sono i tentativi del mossiere di far uscire tutti, perché quando si ricomincia niente di niente. Trascorre il tempo e continua la bagarre. Una, due, tre volte Giorgio Guglielmi di Vulci deve abbassare il canape e azionare il mortaretto, ma non si tratta di vere mosse false. Infatti si va avanti con la stessa busta anche se il problema ora è l’oscurità che comincia a calare su piazza del Campo. Si arriva all’ora di mossa e tutto sembra bloccato, poi altri dieci minuti e quando qualcuno sta già per srotolare la bandiera verde del rinvio ecco l’attimo propizio. La Chiocciola rompe gli indugi: si parte! Non è una mossa perfetta ma difficile chiedere di più. L’Onda resta lì, la Pantera quasi, la Civetta invece scatta in testa seguita da Lupa e Leocorno. Brio e Istriceddu girano primi a San Martino e intanto l’Aquila che ha tenuto la traiettoria interna è già terza, dietro Vittorio e Gammede. Il Palio è ormai un discorso a tre e l’Aquila viene forte e riesce a portarsi in secondo posizione. Ora il vantaggio della Civetta non è più importante e all’inizio del secondo giro Dè sferra l’attacco, trovando però Brio puntuale nel chiudere la traiettoria. Al terzo San Martino l’Aquila è troppo bassa, Minisini tocca il colonnino è cade, strada spianata per il Castellare, Brio a nerbo alzato davanti all’Istrice in forte rimonta.
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«Il sogno di Andrea: Papei che esultava» Alessandro Traballesi, 96 anni, si gode il Palio
IL CAPITANO PAOLO Betti svela che è stato un sogno a indicare la scelta di chi doveva andare a prendere il cavallo. «Una settimana prima della decisione mi chiama Andrea. ’Ho fatto un sogno’, mi dice. Vieni su. Mi sono preoccupato perché quando mi chiamava spesso erano cose da Andrea... Sono andato a corsa e mi ha detto di aver sognato l’ex capitano Roberto Papei com’è ora, con i capelli bianchi, nella montura, che saltava uscendo da Piazza. Infatti nel discorso della cena ho detto di aver mandato Roberto perché si era messo in gioco in rapporto al sogno. Ha fatto veramente tanto». A godersi la vittoria ieri sera c’era anche il decano del Castellare, Alessandro Traballesi, 96 anni suonati. E’ a sedere nella sacrestia dell’oratorio quando arriva la nipotina ad abbracciare il super-nonno, padre di Renzo, che è stato mangino vittorioso nel ’37, nel ’45, nel ’47, nel ’49 e ’60.
La.Valde.
di LAURA VALDESI
E’ TRANQUILLO, il capitano Paolo Betti, come se l’incubo durato 30 anni non ci fosse mai stato. Come se la Civetta non avesse abbandonato la «cuffia» e i contradaioli, in chiesa, non stessero abbracciando il Palio vinto da Istriceddu (non sono forse aculei quelli che infilano il tufo del Drappellone?), numero 3 di orecchio. Tre, numero che inizia con la T.
Capitano, nel discorso della cena della prova generale ha detto che avrebbe vinto.
«Sì, ero sicuro».
Andrea ha poi detto che se avesse vinto questo Palio sarebbe diventato fantino della Civetta.
«L’ha detto lui, me lo chiese».
E tu cosa gli hai risposto?
«Che ci può essere un bel futuro con un fantino in questo modo».
Ripagati della beffa di luglio, quando non avete potuto correre
«Vedi, dopo che successe quella disgrazia al cavallo, un momento bruttissimo, discussioni, tornando a casa ho ripensato che noi, nel ’79, si vinse a luglio e si perse il cappotto ad agosto perché il cavallo si fece male e fu abbattuto. Dunque, una sorta di Palio invertito, dopo 30 anni. Sono andato a prendere il cavallo convinto che avremmo cambiato rotta uscendo dal tunnel».
Betti è sempre rimasto tranquillo in questi quattro giorni.
«Una serie di segnali: Bartoletti che s’infortuna, il santo Bernardo Tolomei, il Leocorno che non riesce a trovare la monta.... Il cavallo che prende una pedata ma non è grave, tutti cascano al canape e noi si resta fuori dalla mischia. Di solito saremmo rimasti coinvolti, invece la cattiva sorte ci ha schivato. E poi stasera, all’ultimo tuffo: pensa che il sindaco si è girato verso di noi e ha detto ’un minuto dalla bandiera verde’. Ha avvertito il comandante delle guardie».
Infatti la mossa è stata data buona, l’Onda è rimasta al canape: un’ora e venti. Uguale a luglio.
«Bisognerà discuterne pesantemente nell’inverno perché non ne è partito uno al suo posto. Avevamo apposta la riunione per dargli un segnale, non volevamo una partenza così, occorreva essere più incisivi».
Brio ha alzato il nerbo: cosa ha pensato Betti.
«In questi momenti di vaneggiamento, avevo promesso che mi sarei inginocchiato, così ho fatto e non l’ho visto. Dovevo fare una preghiera ad una persona che non c’è più. E poi avevo da calare il Palio a mio fratello che era sotto».
In Duomo sdraiato sull’altare?
«Diciamo che mi ci hanno schiacciato. Mi hanno graffiato, dato due colpi al naso tanto che è uscito il sangue».
Qui era tutto spento: luci, niente campanina.
«E’ la disabitudine. I ragazzi più giovani non sanno neppure cosa è successo. Trascorreranno un bell’inverno».
In questo lotto Istriceddu era superiore?
«Insieme alla Chiocciola erano i due cavalli da battere».
Palio dedicato a...
«A questo popolo, per la la fine di incubo e di una tensione terribile. A mio figlio Niccolò che era in Duomo all’altare con me. Aveva dietro un portafortuna, in tasca. Gli ho comprato un animalino. Lui ha detto: ’vai questo ci fa vincere il Palio, si chiama Billy».
Paura dell’Aquila?
«Indira è andata forte, poi quando ho visto che ha battuto al colonnino ho capito che s’era vinto. Il cavallo era perfetto, non mascherato».
La carta vincente?
«La motivazione del fantino. Lo era più di tutti gli altri, è un anno che viviamo tutti i giorni insieme, è un ragazzo meraviglioso».
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